INSIGHT360 – lo scacchiere Bielorusso
NOTA: L’INDICE degli articoli e delle analisi che trattano questo argomento, con i collegamenti ai loro testi, si trova in fondo a questa introduzione.
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Un’occasione preziosa per capire chi sa giocare da leader mondiale in questo stato di “sede vacante”.
EnglishIntroduzione di Guido De Simone
Dati i fatti che si stanno svolgendo in Bielorussia, quasi tutti si sono concentrati su Lukashenko, come fosse veramente lui l’ago della bilancia della delicata e drammatica situazione maturata a Minsk e in tutto il paese. Gli osservatori più attenti e sufficientemente addentro ai giochi che si stanno sviluppando nel mondo a seguito della sempre più evidente crisi d’identità degli Stati Uniti d’America sono ben coscienti che la vera partita la giocano anche e soprattutto altri soggetti, a partire da Vladimir Putin.
Non sorprende che Washington cerchi di giocare d’anticipo con qualche tatticismo, per esempio facendo pubblicare dai media “amici” nel mondo alcuni articoli che spacciano l’opposizione politica bielorussa a Lukashenko come il frutto dell’influenza americana e della capacità di Washington nell’individuare e supportare i movimenti democratici e liberali nei paesi caratterizzati da regimi ben diversi. In sostanza, Washington vorrebbe accreditarsi come la nazione salvatrice del paese. Dopotutto, è un po’ quello che fecero in Ucraina, producendo l’ennesima interferenza e pesante ingerenza nella vita politica e sociale del paese preso di mira e nei rapporti internazionali di una nazione sovrana (nulla di nuovo sotto il sole, visto che, più o meno “giustificati”, lo fanno da oltre 2 secoli)… Ciò che lascia perplessi è la vibrata protesta e le pesanti e minacciose accuse che Washington rivolge a chiunque tenti di influire sulle elezioni americane o che si supponga lo abbia tentato (senza prove, ma urlandolo il più possibile per renderlo più credibile (una tattica tipica della PNL)… Da che pulpito viene la predica!
Ma è altrettanto chiaro che ai poteri forti americani farebbe molto comodo mandare in archivio anche l’ultimo “stato-cuscinetto” che protegge la Russia da Ovest e dall’aggressività del cosiddetto Occidente, strategia peraltro portata avanti solo da Washington che di fatto “costringe” l’Europa e specificamente l’Unione Europea, indebolita proprio dalle stesse logiche strategiche della Casa Bianca, a continuare ad additare la Federazione Russa come il “nemico”.
C’è un vecchio detto in Italia: guardati dal supposto “amico” che ti vorrebbe nemico di tutti gli altri.
Che diavolo ne è stato dei leggendari USA?
Sembra una domanda fuori tema, ma è la chiave per capire cosa sta accadendo non solo oggi in Bierlorussia ma da molto tempo e ovunque.
In effetti, è una domanda che si pongono in molti, perfino sorpresi da questo clamoroso crollo, che in realtà di clamoroso ha poco. Basta saperle le cose.
Quasi tutti i problemi attuali derivano per lo più proprio dalla profonda ed apparentemente ormai irreversibile crisi d’identità degli Stati Uniti d’America, che per 80 anni si sono assunti – e neanche immeritatamente, almeno all’inizio – il ruolo di leader mondiale e in particolare di leader del mondo occidentale liberal-democratico, avversando un approccio pseudo comunista-socialista (i cui risultati sono comunque ben lontani da quanto ipotizzato dagli ideatori) al modo di gestire i rapporti sociali, politici ed economici umani.
Dopo 50 anni di regno apparentemente incontrastato (se non si tiene conto delle crescenti proteste da molti punti del pianeta delle popolazioni vittime di bullismo da parte delle multinazionali americane o danneggiate dalle ciniche gesta dell’Amministrazione americana nella sua varietà di organi, CIA in prima fila), all’inizio degli anni ’90 l’incantesimo della “Guerra Fredda” è scomparso e la finanza americana ha ritenuto che fosse giunto il momento di trarre profitto da una posizione di forza mondiale così ideale e basata sul potere del dollaro USA, sicura che nessuno potesse rifiutare le sue iniziative per creare, apparentemente, sempre più ricchezza – eccesso di fiducia? – ma dimenticando che il gioco d’azzardo e gli inganni non erano ammessi nel gioco.
Ancora ora gli americani prima (i semplici cittadini americani, di certo non i pochi ricchi e potenti) e quasi automaticamente tutto il resto del mondo stanno pagando le conseguenze di un’ipocrita dissolutezza, scatenata in nome di una falsa libertà che ha drammaticamente scoperchiato il mitico “vaso di Pandora” durante l’autunno 2008: liberalizzare “tutto” senza i controlli è altrettanto sbagliato e pericoloso che proibire tutto, perché è come negare la natura umana e fingere che la razza umana sia fatta solo di esseri buoni e onesti e quindi negare che ci siano anche esseri cattivi e cinici. Ma questi ultimi esistono. Di certo sono una minoranza, ma costoro faranno di tutto pur di conquistare, con ogni mezzo, il potere di controllo su tutto e tutti, che vuol dire metter le proprie mani sul potere politico che conta e su immense somme di denaro o sugli organismi (aziende, governi) che le gestiscono.
E siate certi che tutto ciò iniziò molto tempo fa.
Infatti, il primo effetto ha consistito nella sostituzione dell’oro con il dollaro USA come “bene di riserva” (1971), con il crollo del sistema di Bretton Woods (nota: su iniziativa americana, ufficialmente del presidente Nixon). Il dollaro USA, grazie a un potere così enorme, poteva essere stampato in qualsiasi momento fosse necessario, e in America era più che facile ottenere qualsiasi importo in prestito (infatti gli americani hanno pochissimo risparmio). Ciò ha permesso la costruzione di una società, quella americana, il cui benessere si fonda su una menzogna (il dollaro, stampato senza limiti, è tecnicamente e legalmente carta straccia), sorretto da un mondo finanziario che, grazie a un ruolo così centrale, è sempre più il vero padrone e controllore anche della politica (altro che “Popolo Sovrano”!).
Il secondo effetto è stata l’incredibile massa di dollari che ha progressivamente invaso il mondo, il più delle volte sotto forma di generosi prestiti, diventando un virus ineliminabile e un crescente potere di controllo degli USA.
Il terzo effetto è stato il regno incontrastato e ricattatore del mondo finanziario, che da allora ha controllato il mondo della politica.
Il quarto effetto è stato l’uso della politica, ormai sotto il controllo dei potentati finanziari, per gli ulteriori passi verso la conquista totale. Nel 2001, con George W.Bush come presidente fantoccio e Dick
Cheney, il vicepresidente più potente della storia, come esecutore di fatto, è stato facile smantellare la sicurezza pubblica e l’intero sistema di controllo sulla finanza, quello che ancora permetteva alla politica e quindi agli elettori di controllare la finanza. Da ciò deriva il conseguente scatenamento dei “giocatori d’azzardo” finanziari con strumenti sempre più rischiosi, come i pericolosi “derivati”, il più famigerato dei “subprimes”.
Il crollo del castello di carte, nell’autunno del 2008, ha chiesto il conto, pagato prima di tutto dalla popolazione americana, la cui classe media ha perso letteralmente tutto e ha portato i poveri al 48% della popolazione, arricchendo proprio le persone che hanno causato il disastro (i top manager finanziari e quei pochi ricchi, che hanno ricavato un enorme profitto da un simile dramma). Se avete qualche dubbio, vi invitiamo a controllare quali sono le cifre degli enti di beneficenza in termini di reale povertà, nonché cercate a chi appartiene ora la maggioranza assoluta delle proprietà immobiliari americane e scoprirete che sono proprio le banche che hanno causato quel terremoto e sempre quei soliti pochi magnati, ora molto più ricchi.
E poi il conto enorme è arrivato anche in tutto il resto del mondo.
È in quella drammatica fase storica (2001/2008) che gli Stati Uniti hanno perso se stessi.
E l’invasione dell’Iraq motivata con un’immensa menzogna di comodo è stato solo il primo passo di una nuova logica che non parla più il linguaggio della giustizia e della solidarietà ma solo quello della bugia ipocrita per celare interessi inconfessabili.
Tale approccio richiedeva anche un conseguente controllo sul mondo dell’informazione: la proprietà del cosiddetto “mainstream”, ovverosia i media che contano e raggiungono miliardi di persone, è ormai in pochissime mani, per lo più americani e britannici. A completare il quadro, dal 2001 e tutt’oggi, è stata avviata una massiccia campagna di denigrazione, scherno e annientamento dei concetti di oggettività, verità e “politically correct”. È il trionfo delle opinioni soggettive sulla verità oggettiva, della soggettività di potenti, arroganti e prepotenti, i cui freddi calcoli basati su cinici interessi a danno di chiunque sono stati assunti come sinonimo di successo e ammirazione per i “vincitori” capaci di così facendo e vincendo “a tutti i costi”, cioè a scapito di qualcun altro. ovviamente.
Da allora il mondo non sa più quale possano essere le basi etiche e il sistema di equilibrio che evitino contrasti e conflitti. Se aggiungiamo che gli Stati Uniti, in quanto assolutamente maggiore produttore di armi nel mondo, ha tutto l’interesse ad aumentare se non addirittura CREARLI i conflitti o almeno la paura di essi, nonché la sempre più cinica prevalenza degli “interessi americani” anche se a danno altrui… beh, non è difficile intuire perché gli americani hanno progressivamente perso ogni appeal e credibilità nel mondo intero come fautori di pace e di benessere.
Torniamo allo scacchiere bielorusso
Rimane il problema che ha scatenato questa ulteriore fonte di caos, la Bielorussia di Lukashenko e il suo eventuale passaggio ad una nuova Bielorussia la cui natura non è ancora ne’ chiara ne’ determinata e determinabile.
Però è chiaro che la “Russia Bianca” sta diventando uno degli scacchieri se non lo scacchiere principale dove si vedranno giocare i veri giocatori, coloro che o vorrebbero o saranno costretti dai fatti ad assumersi il ruolo di “leader”di un mondo ancora frastornato da troppi cambiamenti ed ora anche da una pandemia globale.
Chi sono i giocatori? Scordatevi Lukashenko; anche se avesse davvero vinto le elezioni, dopo gli ultimi sviluppi si è degradato da solo al ruolo di “fastidiosa presenza”.
Allora, vediamo gli altri.
Il presidente americano, Donald Trump, è in una posizione sempre più scomoda per via delle elezioni presidenziali americane alle porte e della forte incertezza non solo del risultato, ma anche delle conseguenze di una vittoria di Biden che in molti paventano come un cadere dalla padella nella brace.
I cinesi non sono molto in partita, ne’ Xi Jinping può giocarsi in tale contesto le solite carte economico-strutturali della “Belt and Road” o della “Via della Seta”.
L’Unione Europea, pur essendo fisicamente e direttamente coinvolta svolgendosi tutto ciò sui suoi confini, è stata troppo indebolita proprio dalla strategia americana. Con una Merkel prossima al pensionamento ed un Macron che deve ancora crescere politicamente per essere un buon leader europeo, figuriamoci mondiale, non ci sono, almeno al momento, veri giocatori del Vecchio Continente in questa partita.
La Gran Bretagna è in uno stato catartico che, ben prima del coronavirus, è il frutto della propria presunzione di poter tornare sulla vetta del mondo in nome di un passato imperiale che ne fece una potenza planetaria ben prima degli Stati Uniti, compiendo la pessima mossa di distaccarsi dall’Unione Europea, suo alveo naturale continentale, illudendosi che potesse, con l’appoggio degli Stati Uniti, riprendersi un ruolo mondiale… e sottovalutando il fatto che gli Stati Uniti non glielo consentirebbero mai e li userà e sfrutterà fine a farne definitivamente un fantasma del passato, un museo delle origini americane. Ne’ Boris Johnson è all’altezza di giocare sul piano internazionale.

Veniamo al giocatore principale: Vladimir Putin. Il fatto di essere il giocatore più forte ed attrezzato al momento sullo scacchiere bielorusso non ne fa assolutamente il vincente. Al contrario, tutti gli occhi sono puntati su di lui e questo gli può complicare le cose.
Oltretutto, è in una posizione piuttosto scomoda perché, essendo da sempre un alleato della Bielorussia e perciò di Lukashenko, non può “tradirlo” e abbandonarlo, anche per non fare così un regalo agli Stati Uniti e a Trump… Ma al contempo, non crediamo che Putin sia molto “contento” dei comportamenti sempre più imbarazzanti del presidente bielorusso.
Le analisi che si stanno aggiungendo al dibattito
Come capirete leggendo gli articoli citati nell’indice di questo INSIGHT360, che segue a fondo pagina, sia le considerazioni del filosofo Leonardo Dini che quelle del Senatore Luigi Marino sono molto interessanti e mostrano due punti di vista che vanno valutati attentamente. In ambedue gli autori c’è molto materiale per ragionare.
In attesa di altre voci in merito, nell’analisi di Dini sono espressi molti dei timori che il mondo occidentale paventa e per ovvi motivi di coerenza con l’incertezza di questa fase, presenta le possibili opzioni a cui potrebbe volgere l’evoluzione degli eventi a seconda di come Lukashenko si comporterà.
Il Sen. Marino ci presenta un punto di vista molto diverso, vedendolo dal lato di chi lui ritiene comunque il presidente della Bielorussia legittimamente rieletto. Ma al contempo ne sottolinea i numerosi errori, specialmente recenti, a partire dal non aver ascoltato i motivi della protesta e un’opposizione sempre più crescente nel paese. Con un invito finale a non giudicare in modo troppo tagliente il comportamento del governo e delle forze dell’ordine bielorusse, specialmente se sono gli stessi provvedimenti che sarebbero adottati in altri paesi che si ritengono democratici.
Aggiungiamo, come stimolo, un parallelo non del tutto fantasioso
Per certi versi, tutto questo ricorda un po’ quello che è accaduto in Crimea.
Al di là del fatto che sono due situazioni diverse, però anche qui, come in Crimea, c’è una nazione molto legata alla Russia dalla Storia e dalla cultura che condividono. Anche qui c’è un tentativo di Washington di indebolire un altro stato-cuscinetto che protegge la Russia, come era per l’Ucraina e per la Georgia e come è stato tentato anche in Kirghizistan. Anche qui c’è un’opposizione osannata dalla stampa e dai media sotto il controllo americano e/o britannico (90% del mainstream) e da quasi tutti i politici occidentali (e forse anche “foraggiata” da Washington, cosa oramai appurata in Ucraina, così come in Georgia, Hong Kong, ecc.).
Anche in Bielorussia c’è una richiesta di ridare la parola al popolo, in questo caso con nuove elezioni sotto il controllo internazionale (cosa che non è stata possibile nelle recenti elezioni presidenziali bielorusse perché l’invito del governo locale all’OCSE, ecc., è arrivato troppo tardi e a giochi già fatti, costringendo così di fatto i soggetti internazionali a rinunciarci) e le crescenti proteste delle opposizioni in piazza è proprio questo che chiedono, cioè la stessa reazione popolare che si verificò in Crimea, dove le autorità ucraine non volevano concedere lo svolgimento del referendum che, in base al principio del diritto internazionale della “Autodeterminazione dei Popoli”, avrebbe determinato se i russi che vivono da millenni in Crimea (98%) avevano diritto a tornare ad essere parte della propria madrepatria dopo esserne stati strappati, apparentemente per ragioni inspiegabili o del tutto irrazionali, da un’arbitraria quanto improvvisa decisione di Krusciov nel 1954 di “regalare”, letteralmente, la Crimea all’Ucraina, tutto ciò anche alla luce di quanto stava accadendo a Kiev dopo i fatti di Piazza Maidan e perciò l’evidente manovra degli USA per mettere le proprie mani sull’Ucraina e di conseguenza anche sulla Crimea.
Putin non può mettersi pubblicamente contro Lukashenko per ovvi motivi di coerenza e immagine internazionale di fronte a tutti gli alleati della Russia, ma anche, come dicevamo, per non fare un regalo agli USA.
Ma crediamo di non sbagliarci di molto se affermiamo che il presidente russo è, eufemisticamente, abbastanza “contrariato” dal comportamento pubblico del leader Bielorusso e dalle sue decisioni.
Pertanto, ci si potrebbe domandare se sarebbe tanto peregrina l’ipotesi che, come avvenne in Crimea, Putin imponga a Lukashenko (e gli “strumenti” non gli mancano) di riconvocare le elezioni presidenziali e di farle eseguire sotto il controllo internazionale, così da prendersi il ruolo di “protettore” del popolo bielorusso e, al contempo, assumere il ruolo internazionale di difensore della democrazia… e così mettere in un angolo gli Stati Uniti.
Se Lukashenko vincesse, sarebbe il suo trionfo, ma anche il suo debito definitivo verso Putin e la Russia.
Se Lukashenko perdesse e vincesse Svetlana Tikhanovskaja, quest’ultima sarebbe debitrice, come tutto il popolo bielorusso, verso Putin e la Russia, per aver consentito un fondamentale passo in avanti verso il futuro senza il bagno di sangue di una guerra civile che, se continua così, si prospetta all’orizzonte.
Fantapolitica?
Osservate attentamente le prossime mosse dei giocatori.
Anche perché da questo scacchiere potrebbe prendere forma la figura dei veri leader mondiali e di chi merita al momento lo scettro che rimane appoggiato su di una “sede vacante” mentre il mondo intero ha bisogno di leader veri, costruttori, non di despoti distruttori.
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Guido De Simone
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INSIGHT360 – Lo Scacchiere Bielorusso
INDICE
- Leonardo Dini – La Bielorussia dopo Lukashenko
- Leonardo Dini – Una fase d’incertezza in Bielorussia e dalla Bielorussia
- Sergio Marino – Bielorussia 2020
- Leonardo Dini – Enigma Bielorussia e i tentativi di mediazione italiani




