di Giuseppe Cappelluti
Gli attentati a Parigi hanno portato al ritorno in auge delle Fallaci e degli altri intellettuali dello “scontro di civiltà”, che fino a qualche mese fa sembravano destinati all’oblio. Negli ultimi anni, complici l’uccisione di Bin Laden e il parziale superamento del trauma dell’11 settembre (nonché quello totale dei ricordi di Londra e Madrid, ormai nella memoria quasi soltanto di storici e addetti ai lavori), ad andare per la maggiore è stata essenzialmente una visione dell’Islam benevola fin quasi all’idealizzazione. L’idea di base era quella secondo cui l’islamismo non avesse nulla a che fare con il “vero” Islam, che anzi era in qualche modo compatibile con la democrazia e i valori occidentali, e che gli islamisti fossero soltanto una piccola minoranza. L’apice di questa fase è coincisa con lo scoppio delle “Primavere Arabe”, quando nelle strade di Tunisi e del Cairo, tiepide e assolate malgrado la stagione invernale, scoppiarono forti proteste contro regimi a lungo considerati come l’unico baluardo contro l’espansione del fondamentalismo. E, quando Ben Ali e Mubarak abbandonarono le loro residenze ormai non più sicure, furono in molti a celebrare l’alba di una nuova era di democrazia e di prosperità.
Ben presto, però, l’illusione ha dovuto cedere il passo alla delusione. Il vuoto di potere lasciato dai vecchi regimi è stato colmato soprattutto da movimenti fondamentalisti, nel migliore dei casi legati alla Fratellanza Musulmana, le rivalità tribali e settarie sono riemerse in tutta la loro forza, e nell’unico Paese “democratizzato” della regione, la Tunisia, il sistema politico è di fatto caratterizzato dal dualismo tra un partito islamista legato ai Fratelli Musulmani e uno laico e di sinistra ironicamente composto soprattutto da personalità legate al regime di Ben Ali. L’ascesa dell’ISIS e gli ultimi attentati hanno quindi riportato alla ribalta una seconda, opposta tesi, secondo cui il nemico non è l’islamismo, bensì l’Islam, ostile all’Occidente per sua stessa natura. Il corollario di questa tesi, maggioritaria per gran parte degli anni Duemila ma messa in ombra dall’avvento di Obama e dal declino di al-Qa’ida, è che la maggioranza dei Musulmani può non sentirsi rappresentata dai terroristi (che, non a caso, mietono vittime anche nelle moschee), ma i terroristi non sono degli eretici, l’Islam moderato non esiste, mentre gli immigrati musulmani e i convertiti sono un potenziale cavallo di Troia. A fare da sottofondo l’idea secondo cui l’Occidente sia superiore a tutte le altre civiltà e che quella tra l’Islam e l’Occidente sia di fatto una guerra tra barbarie e civiltà.
Come spesso accade, entrambe le posizioni sono viziate da problemi strutturali. Chi vedeva in Obama una sorta di nuovo Messia, sovente partiva dal presupposto secondo cui sarebbero bastati una politica estera meno aggressiva e una posizione più equilibrata sulla questione israelo-palestinese per un nuovo inizio nelle relazioni con l’Islam. Ora, se è vero che guerre come quella in Iraq hanno notevolmente favorito il fondamentalismo islamico, fornendogli nuovi argomenti anche a causa della scarsa conoscenza del contesto sociale e geopolitico iracheno da parte di chi ha attaccato, appare ormai chiaro che i fondamentalisti islamici, parafrasando la Thatcher, non combattono “contro” qualcosa, ma “per” qualcosa. L’Islam, al pari dell’Occidente, ha una visione teleologica della storia, e nello specifico la “fine della storia” è rappresentata dall’espansione a livello planetario del territorio sotto il dominio islamico (Dar al-Islam). La rifondazione del Califfato, unico strumento per giungere a tal fine, non è solo il sogno di qualche gruppo di fanatici. Tanto l’Occidente quanto l’Islam, poi, hanno una forte vocazione universalista: allo stesso modo del Cristianesimo, che di fatto costituisce il maggiore fondamento della civiltà occidentale, e praticamente di tutte le ideologie partorite dall’Occidente, dal liberalismo al marxismo, anche il messaggio islamico ha come destinatario non un popolo ben preciso, bensì l’intera umanità. Chiunque può diventare musulmano, e all’interno dell’umma un Britannico da poco convertitosi all’Islam non è meno “musulmano” di un beduino cresciuto tra marce nel deserto e genuflessioni alla Mecca.
Tutto ciò si coniuga con una morale profondamente diversa da quella dell’Occidente, e la progressiva laicizzazione di quest’ultimo non solo non sta attenuando questo divario, ma lo sta anzi ampliando. La fede islamica ha un carattere molto più pervasivo della fede cristiana, abbracciando ambiti quali la politica e l’amministrazione della giustizia, e in più pone una barriera nettissima tra coloro che credono e coloro che non credono, anche se tra questi ultimi i “popoli del libro” (Cristiani ed Ebrei) occupano una posizione privilegiata. Anche per questo, come afferma l’illustre orientalista Bernard Lewis, “il secolarismo è il peggior nemico degli Islamici”, in quanto significa “minimizzare l’importanza della religione nella vita umana”. D’altro canto, la riprovazione morale nei confronti dell’Islam tende ad essere maggiore tra le persone non religiose, e non ci sarebbe nulla di strano se la crescita dell’Islam e del fondamentalismo spingesse molti a seguire le orme di Oriana Fallaci, una donna dalla mentalità non meno laica e progressista di quella dei suoi attuali detrattori, che a seguito del suo incontro con il “vero” Islam si è trasformata in una paladina della crociata dell’Occidente contro la barbarie proveniente da sud.
Reazioni come quelle della Fallaci, però, sono la prova di un’incomunicabilità tra queste due civiltà gemelle, molto simili in alcuni aspetti ma diametralmente opposte in altri. La giornalista che durante un’intervista si toglie il chador dinanzi a Khomeini è una donna che non comprende fino in fondo quanto è avvenuto nella terra di fasti orientali e della fascinosa Soraya da poco trasformatosi nel Paese degli ayatollah. Non che la Fallaci non conoscesse l’Islam, ivi comprese le forme più tradizionaliste, anzi; ma, con ogni probabilità, la giornalista ha a lungo ritenuto che il futuro appartenesse alle principesse marocchine che proclamavano il diritto di fumare, ascoltare musica rock e vestire all’occidentale e ai loro uomini che in qualche modo le assecondavano, piuttosto che a quegli ayatollah che imponevano loro di uscire col chador e mettevano a morte le adultere e gli omosessuali. Ed è proprio l’incomunicabilità il tallone d’Achille della seconda tesi, quella della “barbarie” islamica contrapposta alla “civiltà” occidentale. La riprovazione morale di un Occidentale dinanzi alle adultere lapidate e la sua indignazione per l’uccisione di innocenti morti soltanto per il loro stile di vita è comprensibile, ma non deve prendere il sopravvento sulla razionalità se l’obiettivo è quello di contrapporsi efficacemente al nemico islamista. Il rischio, altrimenti, è quello di cadere in quella trappola degli opposti estremismi in cui i fondamentalisti vorrebbero trascinare tanto l’Islam quanto l’Occidente, scatenando così uno scontro di civiltà da cui l’Occidente potrebbe anche uscire sconfitto.
Giuseppe Cappelluti è un laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo. Ha trascorso periodi di studio a Tartu (Estonia) e Petrozavodsk (Russia). Attualmente sta frequentando un Master in Relazioni Internazionali di Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Collabora con Eurasia e con Planet360.info.




