Sanzioni sì, sanzioni no… Nel solco della migliore saggezza dell’Antica Roma, tutti si stanno domandando: “Cui prodest?”

Planet360.info ha assistito alla Conferenza Internazionale “L’Italia e le sanzioni – quando la geopolitica si scontra con i mercati. Quattro casi studio per gli interessi economici italiani: Eritrea, Iran, Russia e Sudan” svoltasi il 7 maggio a Roma al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci).

Nei prossimi giorni pubblicheremo in esclusiva la registrazione video completa di tutta la sessione divisa per singoli interventi a questa importante kermesse internazionale, nonché un nostro approfondimento (“INSIGHT360”) sul tema, come anche altri INSIGHT360 su temi direttamente connessi.

Nel frattempo, quello che segue è un nostro primo commento.

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Roma, giovedì 7 maggio 2015 – Esponenti di 3 continenti (Europa, Asia ed Africa) si sono incontrati in una conferenza internazionale presso il Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).

Un evento strategico quanto lo è il tema, che parte da una serie di domande più che mai sensata: Ma le sanzioni ecnomiche, gli embargo, servono o no? E sono realmente a danno del paese punito? Oppure lo subiscono anche quegli stati che si schierano a favore della “punizione”?

La conferenza è stata sapientemente organizzata dalla Fondazione “Fare Futuro”, il cui Presidente, l’On. Adolfo Urso, già Ministro delegato per il Commercio Estero, l’ha anche presieduta e gestita.

Durante le 10 ore dell’incontro sono intervenuti personaggi istituzionali e politici e numerosi esperti di molti paesi.

I saluti istituzionali ai numerosi ospiti sono stati portati dal Sottosegretario di Staro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, l’On. Benedetto Della Vedova, che ha detto «… è normale che ad una democrazia liberale come l’Italia, la quinta potenza manifatturiera al mondo molto orientata all’export, le sanzioni non possono piacere poiché sembrano una violenta distorsione nell’ordine liberale di una economia integrata sul piano internazionale».

A fronte dei numerosi appelli alle controparti italiane da parte di molti dai rappresentanti istituzionali, ministri ed ambasciatori, dei paesi africani presenti all’incontro e destinatari delle sanzioni, stati che hanno invocato “l’eliminazione delle sanzioni le cui motivazioni sono state ormai superate”, Della Vedova ha aggiunto:  «Da parte sua l’Italia ha sempre contribuito a mantenere vivo il negoziato politico con gli Stati destinatari delle sanzioni e con tutti gli altri coinvolti in quella crisi, al fine di promuovere le condizioni per un ritorno alla normalità, al ristabilimento dello status quo ante e di un nuovo equilibrio atto a garantire stabilità e sicurezza».

L’On. Urso ha poi dato la parola all’On. Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Affari Esteri del Senato, che ha cominciato subito mettendo i puntini sulle “i” con uno sferzante intervento che ha incoraggiato molti dei successivi relatori a parlare molto più apertamente di quanto la diplomazia richieda; ed ha esordito con questa esplicita domanda: «Pensiamo veramente che le grandi questioni geopolitiche del Mediterraneo e della Siria possiamo risolverle senza recuperare a pieno titolo una partnership internazionale con la Russia?». Casini si è infatti focalizzato sul tema delle sanzioni alla Russia e all’Iran e sulle loro conseguenze: «Molti hanno pensato in Europa che la Russia sia ancora quella di Gorbaciov e Eltsin. È cambiata la musica e queste sanzioni sono state volute dagli americani e pagate dagli europei. In particolare, da tedeschi ed italiani. Ma al di là di questo, penso che una partnership tra Russia, Usa ed Europa sia fondamentale per regolare le questioni del pianeta ed inoltre non possiamo ritenere che parlare di adesione di Ucraina alla Nato sia una cosa che possa essere accettata dalla Russia come la più normale del mondo. Dobbiamo essere realisti».

Casini ha perorato anche una soluzione per il caso dell’Iran in merito al quale sta premendo su Palazzo Chigi perché non si continui a considerarlo come la fonte di tutti i mali, sempre su inflenza e pressione americana: «Mi auguro vivamente che si arrivi alla conclusione del negoziato nucleare con l’Iran e che l’Iran venga riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale come protagonista, se vogliamo cominciare a risolvere alcuni punti nodali: penso all’Afghanistan, alla Siria, al tema degli hezbollah», ed ha aggiunto: «Penso che, in questo momento, la posizione americana di portare a buon fine il negoziato con l’Iran sia una decisione saggia».

I circa 60 tra relatori e partecipanti alle 4 tavole rotonde hanno tutti dato un sostanziale contributo per mettere a fuoco i problemi; e, a differenza di molti convegni, perfino qualche soluzione operativa è stata messa sul tavolo.

Senza voler far torto a nessuno, a nostra prima impressione sono sembrati particolarmente rilevanti i seguenti interventi:

  • Il discorso a braccio del Dr. Riccardo Monti, Presidente dell’ICE (già “Istituto per il Commercio Estero”, oggi “Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane”), che peraltro è anche Consigliere per l’Internazionalizzazione del Ministro dello Sviluppo Economico, Consigliere d’Amministrazione Assocamerestero e Vice Presidente della Simest (Società Italiana per le Imprese all’Estero). Riccardo Monti ha spiegato come tra gli effetti negativi risulta evidente che in taluni Paesi non è più possibile trovare i prodotti italiani, bensì quelli corrispondenti di altre nazioni ma di qualità decisamente inferiori.
  • Sempre dall’ICE, il Dr. Gianpaolo Bruno, Direttore dell’Ufficio Studi, ha fornito un quadro sui numeri coinvolti e sulla casistica di alcuni settori specifici, conseguenti alle sanzioni.
  • L’intervento senza mezzi termini del Cav. Ing. Rosario Alessandrello, Presidente dalla Camera di Commercio Italo-Russa, che con due distinti interventi, uno sulla Russia e l’altro sull’Iran, ha fornito numerosi motivi di riflessione sui veri attori e sulle strategie in campo. Da non mancare la lettura del testo completo disponibile nei prossimi giorni.
  • Il discorso dell’Ambasciatore dell’Iran in Italia, Jahanbakhsh Mozzafari, ha messo sul tavolo della conferenza una notevole apertura di credito all’Italia. Infatti, grazie ai suoi storici legami culturali e d’amicizia e collaborazione con l’Iran, l’Italia può riconquistare la sua precedente posizione di leadership come il maggior fornitore estero del grande stato persiano.
  • La dettagliata relazione del Senatore Aldo Di Biagio sulla situazione africana, che vi consigliamo di leggere (quando lo pubblicheremo a giorni) se volete comprendere i fattori ed i fatti che possono stravolgere o ristabilire gli equilibri nel continente nero, com’è accaduto da quando i cosiddetti paesi “civili” ci hanno messo lo zampino.
  • L’intervento chiarificatore di Giovanni Castellaneta, Presidente della SACE (Società Pubblica per l’Assicurazione sull’Export, la Valutazione del Rischio-Paese ed il Credito).
  • La relazione d Licia Mattioli, Presidente  del Comitato tecnico per l’Internazionalizzazione e gli investitori esteri, di Confindustria.
  • Le dichiarazioni all’insegna della concretezza di Paolo Bastianello, Delegato per l’Internazionalizzazione di Confindustria – Settore Moda.
  • L’appello di Amira Daoud Hassan Gornass, Ambasciatrice del Sudan.
  • L’intervento di Massimo Rustico, Ministro Plenipotenziario, Coordinatore iniziative di promozione all’estero dell’ANCE, il quale ha rappresentato l’esigenza delle imprese di costruzioni italiane, ma ha anche posto in evidenza la necessità d’aiuto ed appoggio del sistema creditizio italiano alle imprese nazionali che vogliono e possono operare proficuamente in queste realtà.

Particolarmente significativa è la proposta avanzata della Fondazione Farefuturo: «Una task force tra Palazzo Chigi, Mae, e Mise, con Ice, Confindustria, Abi e Sace, per indirizzare le imprese italiane ad operare nel pieno rispetto delle regole sanzionatorie non solo su quali siano i divieti da rispettare in un Paese sottoposto a sanzioni, ma anche per capire e saper cogliere tutte le opportunità presenti in quei mercati strategici» ha continuato Urso.

Il Centro Studi CeNASS, che ha contribuito a coadiuvare la Fondazione FareFurturo ed era rappresentata alla conferenza dal suo Direttore Generale, il Dr. Paolo Quercia, ha tra l’altro presentato una valutazione che prevede che nei prossimi anni assisteremo sempre più ad un aumento della conflittualità nell’estero vicino europeo, a cui corrisponderà un aumento del ricorso alle sanzioni e alle misure ritorsive, con il rischio di pericolose guerre commerciali. Progressivamente anche altre potenze emergenti avranno la forza di tutelare i propri interessi economici con un ricorso sempre più ampio a sanzioni economiche ed in futuro anche finanziarie. «L’Italia infatti – ha aggiunto Urso – rischia di essere accerchiata dai mercati sottoposti a sanzioni poiché ai suoi confini si sono moltiplicati gli scontri. Una task-force indicherebbe alle nostre imprese la giusta via per restare competitive».

Ciò che è stato detto solo in parte ma pesa molto su tutto ciò

Al di là dei singoli interventi, che metteremo a disposizione nei prossimi giorni, affiancati da numerose interviste ai protagonisti e dai vari approfondimenti da parte degli analisti e degli esperti, ci sembra opportuno mettere in risalto un qualcosa che abbiamo colto durante tutto il dibattito, una sensazione che aleggiava tra i presenti, anche se nessuno, fatta eccezione per il Cav. Alessandrello ed un consulente indipendente, ha avuto il coraggio di dirlo senza mezzi termini: la risposta alla domanda che si sarebbero posti gli Antichi Romani: “Cui Prodest?” (“Di chi è interesse tutto ciò?”).

C’era l’evidente presenza di un “convitato di pietra”, gli Stati Uniti d’America, ed in particolare di coloro che negli USA fanno la vera politica estera… e con questo non ci si può riferire solo al governo in carica, bensì a chi corrisponde alla laconica frase “gli interessi americani”.

Fatto sta che quella sensazione che penetrava nelle ossa di tutti i presenti come un’inevitabile, forte e fastidioso grado d’umidità (e nella sala della conferenza, a sottolineare ciò, si palpava perfino gli effetti del caldo vento di scirocco che in questi giorni sta sovrariscaldando Roma) era che in quella sala fosse assente proprio chi è causa delle situazioni analizzate, spesso imbarazzanti se non palesemente ingiuste.

La sensazione è che gli americani abbiano sempre più eroso la propria leadership mondiale e che si siano inerpicati su pericolosi sentieri all’insegna di strategie manipolatorie e spesso avvelenate da una crescente dose di cinismo.

E che, in funzione degli spesso citati “interessi americani”, essi stessi stiano calpestando i princpii democratici fondati sul rispetto e sulla libertà dei popoli e sulla loro consapevole ed inalienabile autodeterminazione, valori per cui gli americani si sono battuti con coraggio e di cui sono stati fautori e paladini sin dal loro intervento risolutore nella Seconda Guerra Mondiale, conquistando, a ragion veduta, il rispetto della loro leadership mondiale da parte di tutte le altre nazioni.

Un po’ per prudenza, un po’ per “diplomazia”, l’argomento viene al massimo sfiorato. Ma il volume di commenti che abbiamo sentito durante la conferenza organizzata il 7 maggio 2015 dalla “Fondazione FareFuturo” al Ministero degli Esteri italiano non lascia molti dubbi: il resto del mondo è abbastanza preoccupato dal modo d’agire degli USA, per non dire che si è alquanto stufato di chi continua a vivere sugli allori del passato ma non è più coerente con quanto ha perorato nei decenni passati.

Peraltro, il disastro che le banche USA hanno cinicamente provocato, danneggiando tutto il mondo, in assenza (o “complicità”) delle autorità pubbliche statunitensi che avrebbero potuto e dovuto esercitare un controllo sugli atti delle banche suddette, cosa che non è avvenuta, il che a fine 2008 ha precipitato il mondo intero nella più grave crisi economica e finanziaria mondiale, superando nettamente perfino quella del 1929… beh, tutto questo, è inutile negarlo, ha pesantemente leso il rapporto di fiducia che c’era verso Washington dal 1945.

La sensazione è che gli USA stiano giocando le loro ultime carte per evitare che l’Europa e la Russia… e l’Iran, e la Cina, ed il Brasile, ecc., ecc., prendano il largo, si accordino tra loro e li lascino dove sono, in un mare di guai… che le autorità americane non hanno il coraggio di confessare.

Questo spiega l’insistenza americana, al di là dei bei discorsi ufficiali, nell’istigare testardamente lo scontro in Ucraina, cosa che sta per lo più mettendo zizzania tra Russia ed Europa. Le sanzioni, sempre pedissequamente proposte e fortemente volute dagli USA, sono, per regola internazionale, sottoscritte dall’Unione Europea e tutti i suoi stati membri sono tenuti a rispettare e applicare le sanzioni… E sta di fatto che così le abbiamo subite tutti noi europei, non solo la Russia (che peraltro è un’altra parte dell’Europa).

Peraltro, come è stato confermato durante la conferenza (ma le cifre sono note agli addetti ai lavori) nello stesso periodo, guarda caso, mentre le nazioni europee hanno subito il tracollo delle esportazioni verso la Russia, proprio gli USA hanno aumentato le esportazioni verso la nazione da loro messa sotto accusa e sanzionata. “Strano” paradosso? O cos’altro?

Ed i fantasmagorici “TTIP”, i “Trattati Transatlantici per il Commercio e gli investimenti”?

Condotti in grande segretezza a Bruxelles con la regia degli stessi lobbisti che hanno tentato in tutti i modi negli scorsi anni di far digerire agli europei l’importazione degli OGM americani (Organismi Geneticamente Modificati), ed ora si spingono a far passare il principio che si possa privatizzare tutto, pure i servizi pubblici essenziali che in Europa sono i più avanzati del mondo, e che pertanto, a fronte della “grande apertura” dei rapporti tra USA ed Unione Europea, le potenti corporations americane si possano permettere di prendere il controllo dell’educazione, del servizio sanitario, della fornitura dell’energia e dell’acqua (ed il precedente sconcertante comportamento americano in Bolivia dovrebbe far riflettere) e, come ciliegina su questa torta bella ma avvelenata, il controllo dei mezzi di comunicazione ed informazione europei, sinonimo ci controllo culturale e manipolazione sotto le mentite spoglie di una “democrazia”.

Questo è solo l’ultimo dei motivi per cui qualcuno in Europa ha cominciato a temere che gli americani abbiano un’eccessiva dose di controllo sulle autorità di Bruxelles.

In sostanza, gli Stati Uniti d’America e le sue grandi aziende e banche stanno cercando di risorgere dai loro errori spolpando noi europei. Poi, sulle ceneri delle nostre democrazie, intendono venderci (certo non gratis) lo stesso “veleno” che hanno imposto ai loro concittadini, che infatti sono in misura crescente senza alcuna assistenza medica, senza lavoro, ed avvelenati dalle porcherie che mangiano prodotte da un’agricoltura americana che di naturale ormai ha ben poco. E, per finire in bellezza, con un sistema educativo che, al di là dei pochi college ed università di alto livello ed altissimo costo, che si possono permettere solo i più ricchi, è tra i più infimi tra i paesi occidentali. Nonché, per completare il quadro, un sistema d’informazione tra i più manipolatori del pianeta, forte delle tecniche di comunicazione e strumenti di persuasione tra i più avanzati.

Va sempre ricordato che:

  • Gli americani, i cittadini americani, i comuni americani che non hanno alcun potere, sono anch’essi vittime di tale sistema;
  • Gli stessi cittadini americani sono sfruttati da tale “sistema” per far passare l’idea e la “bella facciata” che gli Stati Uniti d’America siano un regime “altamente democratico”, salvo sottacere che in realtà gli americani sono ben poco incoraggiati alla partecipazione (la più bassa tra gli stati nominalmente “democratici” nel mondo) e sono ancor meno informati, ne’ in grossa parte ricevono abbastanza educazione per avere gli strumenti per capire cosa viene loro propinato;
  • E sono sempre e solo gli stessi cittadini americani coloro che sono mandati al fronte per la “guerra di turno” in cui le autorità (e le industrie) americane si sentono in “obbligo” d’avere un ruolo, e pertanto con cui possono foraggiare la produzione e la vendita di armamenti, settore di cui l’industria USA è leader nel mondo (quindi, sono anche quelli che hanno più interesse a fomentare conflitti o la paura di essi), e ciò che negli ultimi 2 secoli, spesso, troppo spesso, ha salvato l’economia americana dalla bancarotta. Senza dimenticare che le precarie condizioni economiche di gran parte delle famiglie americane sta obbligando molti giovani ad accettare di servire nell’esercito, al di là di loro encomiabile patriottismo.
  • Proprio gli Stati Uniti d’America, supposti “leader e campioni della democrazia nel mondo”, hanno negli ultimi decenni adottato l’assurda quanto contraddittoria strategia di “imporre la Democrazia con la forza”… Eppure, la democrazia, al contrario, si basa soprattutto sul “consenso”… Quindi, com’è possibile anche solo concepire che proprio la Democrazia si possa “imporre” e soprattutto con la forza?

È evidente che chiunque abbia avuto il piacere d’avere gli americani al proprio fianco negli scorsi decenni ora è quantomeno preoccupato, anche e soprattutto per gli americani.

Ma la sensazione è che la pazienza dei “vecchi amici” verso gli statunitensi stia scemando e che ormai nessuno voglia più stare al loro gioco, sempre più pericoloso e non conveniente per gli altri, noi inclusi.

Quindi, visto che praticamente TUTTI gli embarghi e le sanzioni economico-finanziarie sono stati voluti dagli USA, c’è nell’aria proprio l’ipotesi che anche gli “amici” comincino a dire agli americani, «No, ora basta!».

Rimane un problema di non poco conto, che si basa su due fattori:

  1. Gli USA, almeno per ora, sono e rimangono la più grande potenza militare sulla faccia del nostro pianeta.
  2. Le sanzioni economiche e finanziarie, come qualcuno ha ricordato durante la conferenza, sono lo strumento di una nuova forma di “guerra” senza i cannoni, di pressione per far rinsavire chi abusa della propria potenza per danneggiare altri, sostituendo le “sanzioni militari” che storicamente hanno portato allo scontro diretto.

Pertanto, cosa accade se gli USA si rendono conto che i suoi “alleati” storici tendono ad andare per la propria strada e comincia a non considerarli più come gli “alleati naturali” degli americani?

Come sia Casini che Della Vedova e Pistelli hanno saggiamente suggerito, è bene tenere a bada e tranquilli gli americani, coinvolgendoli nei processi pacificatori, così da non dare loro ne’ il sospetto ne’ la sensazione che siano stati “isolati” e messi alla berlina dal resto del mondo.

Affronteremo anche questi temi nell’approfondimento che riporterà tutti i contenuti ed i punti di vista dei numerosi participanti alla conferenza.

Tema che sarà affrontato anche in un ulteriore INSIGHT360, dedicato proprio alla situazione ed al ruolo degli USA nei prossimi mese ed anni.

La diplomazia italiana dovrà lavorare con pazienza e coerenza per appianare i problemi e riportare alla collaborazione costruttiva tutte le parti.  Con lo stesso spirito, dovranno essere ridimensionate le sanzioni che hanno ben poco senso o provocano più danno ai sanzionatori che ai “sanzionati”.

L’Italia deve ragionare e capire se e quanto è realmente logico per i propri interessi (ma anche di tutti gli altri paesi) conformarsi ulteriormente a questo tipo d’azioni punitive, che peraltro fin troppo spesso non ottengono grandi risultati, poiché dipende da chi e come le applica ed a chi le si applica.

Sono state molto chiare in tal senso le conclusioni di Lapo Pistelli, viceministro agli Affari esteri: «Dal momento che siamo in un mondo in cui le sanzioni militari sono illegali, è sull’economia che si raffinano i nuovi strumenti di pressione»: Poi precisando: «Meglio sarebbe risolvere con la diplomazia – ha aggiunto – ma è ovvio che l’economia è il campo dove si combatte la pressione reciproca che i Paesi si fanno tra di loro».

L’impressione , tanto per parlare chiaro, è che la vera arte diplomatica bisognerà esercitarla con il “convitato di pietra”, gli Stati Uniti, in modo da metterlo nelle condizioni di tornare a essere, a tutti gli effetti, una presenza responsabile e apprezzata nella comunità mondiale, alla pari con tutti.

Guido De Simone, Roma

N.d.r. (Nota del redattore): “Il convitato di pietra” or “l’ospite in marmo” (chiaramente riferito ad una stauta che rappresenta qualcuno) è un’opera lirica di Giuseppe Gazzaniga: “Il Convitato di Pietra”.

Ma è anche un modo di dire: è una locuzione che indica una persona assente la cui presenza incombe sui presenti. Una persona a cui tutti pensano, ma che nessuno osa nominare direttamente.

Posted by Guido De Simone

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