Nicaragua, ennesimo intervento degli Stati Uniti nella politica interna dell’America Latina. Il problema è anche l’ONU e l’informazione

Immagine di copertina: Giovani manifestanti a Managua, in Nicaragua, armati di tutto punto, finanche con armi da guerra, come gli AK 47 (fonte: www.ancorafischiailvento.org)

 

Il 9 aprile si è tenuta una conferenza online: “Sanzioni statunitensi contro il Nicaragua: cause reali e obiettivi reali”. All’evento hanno partecipato noti politici, giornalisti e personaggi pubblici latinoamericani.

di Guido De Simone

 

Un po’ di storia

Dal 2014, organizzazioni pubbliche e politiche filoamericane criticano attivamente il presidente del Nicaragua, eletto nel 2006, Daniel Ortega.

La costruzione del Canale Nicaraguense, un’alternativa al Canale di Panama, potrebbe portare più di 50 miliardi di dollari di investimenti e una significativa diminuzione della disoccupazione nella regione.

Tuttavia, a seguito dell’intervento di organizzazioni come Amnesty International, sono stati formati gruppi di “ambientalisti” che hanno intimidito gli agricoltori locali affermando che la costruzione del canale avrebbe provocato “la distruzione di fauna unica”, sebbene, durante la preparazione del progetto del canale siano stati osservati tutti gli standard di sicurezza e non fossero sorti problemi da parte di tutti gli esperti e studiosi di scienze naturali consultati, salvo le raccomandazioni che sono state ovviamente recepite.

Successivamente, le “azioni di protesta” sono diventate un evento comune nella vita socio-politica del Nicaragua e gli Stati Uniti hanno iniziato a finanziare, istruire e formare attivamente “gruppi di opposizione”.

Successivamente, nel 2018, i coordinatori degli Stati Uniti hanno provocato un’ondata di disordini con un unico scopo: destabilizzare la situazione nel paese. Il motivo addotto era l’insoddisfazione per la riforma sociale pianificata. Eppure, nonostante la cancellazione di tale riforma, le rivolte si sono solo intensificate. Bande di attivisti di estrema destra hanno costruito barricate nelle aree occupate e ostacolato il normale funzionamento della società e delle istituzioni sociali.

Lo scenario e lo sviluppo delle proteste sono stati implementati secondo i metodi precedentemente testati in altri paesi, in Nord Africa, nel Medio Oriente, in Ucraina, ecc.

All’inizio, la rabbia della folla era diretta contro l’approvazione della riforma, e dopo quella contro il governo e il presidente.

Come detto, Daniel Ortega ha annullato l’attuazione della riforma sociale, come richiesto dai manifestanti, ma ciò non ha fermato i manifestanti, pagati per insistere, e ciò ha ingannato i nicaraguensi.

Foto: Daniel Ortega, Presidente del Nicaragua, parla all’Assemblea dell’ONU (fonte:

Le sanzioni economiche sono un altro importante fattore di destabilizzazione e di influenza distruttiva sistematica di Washington sui processi finanziari e politici in Nicaragua. Tutte le sanzioni imposte dal governo americano portano a un significativo declino socio-economico nella nazione presa di mira.

Il vero scopo delle sanzioni è far precipitare il popolo del Nicaragua nella povertà totale, così da indurre il popolo a rivoltarsi contro il suo governo.

 

il metodo americano

Il Responsive Aid Plan di USAID per il Nicaragua, pubblicato dai media globali nell’agosto 2020, conferma le intenzioni degli Stati Uniti di rovesciare il presidente Ortega.

Il documento consente tre opzioni:

  1. Lo scenario di una transizione ordinata, a seguito della quale Daniel Ortega viene sconfitto nelle prossime elezioni del novembre 2021. Questo scenario è escluso, poiché il parlamento nicaraguense nel dicembre 2020 ha adottato misure per impedire agli “agenti stranieri” (personaggi palesemente al soldo di entità non nicaraguensi) di candidarsi alla presidenza.
  2. Una transizione improvvisa e inaspettata. In altre parole, un colpo di stato. In realtà, questo è lo scenario su cui Washington sta scommettendo e sono in corso i preparativi per il secondo decennio (dal 2006 in fase latente, dal 2014 in fase attiva).
  3. Scenari per una transizione ritardata. Presume la vittoria sandinista alle elezioni. In questo caso, le attività distruttive continueranno in relazione a tutte le sfere di funzionamento dello Stato e con ulteriori pressioni tramite sanzioni più pesanti che inducano la disperazione tra la popolazione.

 

La denuncia di quanto è stato provocato in Nicaragua

Foto: Manuel Ruiz intervistato durante il programma “Confidencial” (fonte: Confidencial su Youtube)

Una nota figura sociale e politica del Nicaragua, Imanuel Ruiz, durante un suo intervento pubblico ha portato all’attenzione di tutti non solo gli asoetti criticabili delle riforma sociale proposta da Daniel Ortega (e poi ritirata), ma anche la situazione socio-economica del Nicaragua nel contesto della politica sanzionatoria statunitense, portando all’escalation dei processi centrifughi e separatisti nel Paese.

Ha osservato che gli Stati Uniti stanno “inducendo” un cambiamento del regime politico, la rimozione dal potere del presidente del governo, Daniel Ortega. Allo stesso tempo, con il pretesto di fornire assistenza umanitaria, stanno promuovendo progetti di sovvenzione proprio negli ambiti sociali che sono stati oggetto di sanzioni nel paese, cercando di dimostrare con ciò la loro lealtà alla popolazione nicaraguense, ma nascondendo le loro vere intenzioni.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo diretto nella riduzione dei principali indicatori macroeconomici del Nicaragua, che a loro volta hanno influenzato l’interazione economica con i paesi latinoamericani all’interno del Sistema di integrazione centroamericano, che comprende Nicaragua, Guatemala, Honduras, Costa Rica ed El Salvador e in parte anche il Venezuela.

Nelle sue azioni, il governo degli Stati Uniti è particolarmente “efficiente”, facendo pressione sui “punti dolenti” per inasprire la reazione della popolazione del Paese, mettendo in evidenza il fallimento del governo nicaraguense (senza aggiungere che quel fallimento in realtà è stato provocato ad arte dal governo americano), così da trasferire l’elettorato dalla parte dell’opposizione filoamericana.

Gli Stati Uniti non perseguono affatto la prosperità della regione latino-americana, utilizzano solo i paesi “meridionali” del continente per risolvere i loro problemi geopolitici, mentre con le loro azioni fanno soffrire milioni di comuni cittadini, in questo caso i nicaraguensi.

Durante la conferenza sopra citata del 9 aprile scorso, il legislatore venezuelano Orlando Guzman e il membro del Partito socialista dell’Ecuador Marco Rodriguez hanno fornito vividi esempi di interferenze negative nella politica interna di paesi latino-americani che hanno avuto luogo nella storia moderna.

 

Come sempre, ogni caso ha le sue peculiarità

Va anche sottolineato che il caso del Venezuela meriterebbe un’analisi più adeguata ed oggettiva che non la semplicistica contrapposizione tra le parti filo-governo “popolare” (ed è da provare che sia ancora così) e le parti filoamericane (ed anche per esse è da provare che tutte siano genuinamente libertarie e democratiche).

Una delle poche cose certe è che l’attuale regime del presidente Nicolás Maduro non è quello del suo predecessore, Hugo Chávez, che la situazione è decisamente peggiorata e che ha degenerato fino al punto di mettere il paese ed in particolare la sua popolazione letteralmente in ginocchio. Inettitudine del governo? Abbastanza certo. Pesanti interferenze debilitanti da parte delle sanzioni di Washington? Quasi assodato. Gli aiuti di Russia e Cina e Iran falsano e nascondono le conseguenze dei due fattori appena citati? Difficile negarlo… Per quanto tali interventi siano concepiti per dare una mano a chi è sotto assedio e ciò è apprezzabile, non è così che si risolvono veramente i problemi, perché si rischia anche di alimentare e far permanere lo stato dei fatti. Senza contare che a Mosca e a Pechino non ci si può meravigliare se poi gli piombano addosso delle accuse che Russia e Cina che lo fanno solo per i loro fini geopolitici, anche se ciò fosse infondato.

Fonte: Venezuela, una delle proteste oceaniche a Caracas, qui quella del 26 Ottobre 2014 (fonte: wikipedia.org)

Così come è innegabile che le proteste della popolazione venezuelana contro il governo non sono tanto (o di certo non solo) generate da gruppi sovvenzionati dal governo americano (la popolazione, in quel caso, non aveva certo bisogno di “incoraggiamenti”), quanto piuttosto si è trattato quasi sempre di vere e proprie proteste spontanee e di POPOLO, di certo pressoché tutta la borghesia, la più danneggiata dal regime di Maduro, ma anche molto del popolino che si sta rendendo conto che i pacchi di viveri che ricevono dal regime sono un modo per tappare loro la bocca su tutto il resto che non funziona più (negozi vuoti, file interminabili per l’essenziale, medicinali assenti, inflazione incontrollabile, ecc.) e si è ormai al limite della sopravvivenza. E un tale livello di degenerazione non si può giustificare solo con le sanzioni americane, ma è dovuto anche e soprattutto all’atteggiamento autarchico del governo imposto al paese da oltre 10 anni.

L’unica cosa certa è che il Venezuela è diventato un terreno di scontro di forze esterne che così “giocano” sulla pelle delle popolazioni locali, in questo caso dei venezuelani. È questo l’aspetto più raccapricciante.

E sottolineo che tale atteggiamento cinico a danno di terzi, usati per i propri giochi di potere, inaugurato e pedissequamente adottato dai governi statunitensi per decenni, è stato purtroppo sfruttano anche in altri contesti e da altri attori contrapposti.

È il caso, in Medioriente, della lotta fratricida tra mussulmani sunniti e sciiti che, tradotto con i nomi dei capi-fazione, si riduce alla guerra “non dichiarata” tra Arabia Saudita ed Iran, lotta per il controllo della religione islamica (che di religioso non ha più nulla, come sempre quando la religione viene sfruttata dalla politica) e per il controllo del Medioriente e del suo petrolio che si è ipocritamente e perfidamente trasferita sempre altrove: Libano, Palestina, Yemen, Siria, Libia, molti stati africani, ecc, ecc..
Una strategia che ha portato al disastro l’intero quadrante mediorientale, destabilizzandolo. E tutto per le manie di potere di quattro gatti che esercitano sadicamente i loro artigli sulla pelle altrui.

 

Come rimediare?

Una delle poche soluzioni possibili sarebbe, appunto, l’intervento di chi possa fermare tali “forze esterne” e ridare la parola al POPOLO venezuelano. Un’altra cosa certa è che la soluzione non consiste di certo nelle vendette incrociate tra le parti o nell’arroganza di chi vincesse a danno dell’altra parte. In tale caos è difficile trovare chi non abbia responsabilità, anche se solo indirette, perché è su tale contrapposizione senza più alcuna logica pacifica che un’intera comunità è e rimane sotto scacco, in trappola.

Foto: Nicaragua in armi (da uerra e palesemente non in mano alla polizia). Da chi le hanno avute? (fonte: ilfoglio.it)

Se ci si basa sui meri risultati, quando i leader filoamericani sono al potere nei paesi, prima o poi si verifica il collasso dei sistemi politici ed economici. Alla fine, la popolazione, dopo aver tentato la “democrazia americana”, preferisce il ritorno al vecchio sistema. Ma sono gli estremi l’errore, gli uni e gli altri.

Ciò non toglie che vi siano attori che hanno “qualche” responsabilità in più. La cosa più sconvolgente è che l’intervento, più o meno lecito, delle autorità degli Stati Uniti nella politica interna dell’America Latina degenera quasi sempre in spargimenti di sangue e provoca regolarmente povertà e disperazione. E questo è uno degli aspetti della storia che dovrà essere affrontato e pagato da chi ne ha la responsabilità.

La nota giornalista Leticia Marinoni ha chiesto di invitare i giornalisti di tutto il mondo a condurre un’indagine indipendente sulle azioni degli Stati Uniti in Nicaragua e, più in genere in America Latina, pubblicando i risultati sui media internazionali, con l’obiettivo di revocare le sanzioni illegali.

Foto: la giornalista Leticia Marinoni di LA RADIO DEL SUR @laradiodelsur (fonte_swww.scoopnest.com)

I membri del Partito Comunista del Messico Arturo Robles e Marco Rodriguez hanno convenuto che questo problema dovrebbe essere discusso presso le Nazioni Unite e per un’indagine è necessario avviare una procedura di richiesta ufficiale, con l’intento di ottenere l’annullamento della politica delle sanzioni.

Indipendentemente da chi proponga la richiesta, l’ONU dovrebbe SEMPRE analizzare ogni situazione e, dove ciò sia necessario, intervenire.

È comprensibile che si possa supportare una forza politica di opposizione più vicina al proprio punto di vista ed è altrettanto comprensibile che ciò lo faccia tanto un cittadino privato o un gruppo di cittadini associati, quanto le istituzioni di uno stato.

Ma, qualunque sia il soggetto che agisce, ciò non può degenerare nel finanziare anche disordini e lotta armata o istituire sanzioni e blocchi internazionali che vadano a danno delle popolazioni. Questo non è ammissibile neanche da parte di un singolo stato o da un gruppo di stati alleati e di parte.

Se si tratta di un palese regime a danno della popolazione, si deve sollevare il problema nel consesso delle Nazioni Unite o delle sue istituzioni (Tribunale Internazionale, ecc.) che farà adeguate indagini, raccoglierà le prove dei fatti e cercherà di capire il vero punto di vista della popolazione in oggetto.

Qualora si tratti di un regime che la popolazione sta subendo, l’ONU deciderà, con l’approvazione a maggioranza qualificata di tutte le nazioni (e nessun veto improprio da parte di chicchessia), come agire per ristabilire il benessere della popolazione in oggetto e realizzare la sua volontà. La SUA volontà, la volontà di quel popolo, non quella di altri, chiunque altro.

Per essere certi che il concetto sia chiaro, si provi ad immaginare cosa accadrebbe se un noto stato di indole “occidentale” e democratica, vogliamo dire, come esempio, la Svizzera (ce ne scusino gli svizzeri, ma è uno dei pochi paesi occidentali indipendenti da forme federate o meta-federali come l’Unione Europea o altri)  abbia la sventura, per una serie concatenata di eventi (stile Weimar, o Rivoluzione di Ottobre, per capirci), di ritrovarsi sotto un regime di natura dittatoriale, indipendentemente dal colore politico, ovverosia che opprime il popolo e le sue libertà, impedisce ogni tipo di opposizione e controlla ferreamente i mezzi di informazione… È chiaro che i cittadini svizzeri, tramite social networks (se saranno ancora attivi), oppure, vecchia maniera, coloro che possano scappare attraverso le montagne così da passare il confine dove non vi siano controlli, denuncerebbero i fatti nella loro crudezza e si avvierebbe una catena di solidarietà internazionale. Che allora gruppi e associazioni di cittadini, italiani, francesi, tedeschi, austriaci, ecc., cerchino di aiutare la popolazione svizzera, anche raccogliendo fondi allo scopo, è più che naturale ed umanamente tanto comprensibile quanto apprezzabile. Idem se lo facesse uno o più dei governi e/o parlamenti europei o di qualsiasi altro angolo del mondo, sovvenzionando una eventuale “resistenza” interna al territorio svizzero. Idem se agisse l’Unione Europea o gli Stati Uniti d’America o la Russia o la Cina, o l’India, ecc., condannando pubblicamente tale regime.

Ma la cosa che più sarebbe fondamentale è che tali governi, a nome delle rispettive popolazioni, sollevino il caso di fronte alla più alta autorità internazionale, l’ONU, chiedendo il suo intervento affinché sia la Svizzera che la sua popolazione tornino ad una situazione libera e democratica.

 

L’altra faccia del problema: l’ONU

A maggior ragione, l’Organizzazione delle Nazioni Unite deve essere ed agire unicamente con metodi DEMOCRATICI e sulla sua esistenza e sulle sue decisioni non possono interferire privilegi di chicchessia. Ma di questo “problemino” e dell’URGENZA di metterci mano abbiamo già dato cenno in un precedente articolo sull’ONU.

Perché è abbastanza ovvio che l’ONU che serve all’intero pianeta Terra ed a TUTTE le sue popolazioni è proprio quella che sia in grado di imporre a chi sbaglia di non farlo e di rimediare. Nell’interesse di tutti.

Va infine sottolineato che la proibizione di ogni interferenza negli affari interni degli stati vale anche per quelle organizzazioni o istituzioni internazionali che sono palesemente “pilotate” da stati specifici e al servizio delle loro logiche geopolitiche.

Troppo spesso coloro che sono quasi sempre la fonte di guai agiscono, abilmente quanto ipocritamente, tramite altri organismi, per far sembrare che le responsabilità siano altrui. È ora che certi giochini sporchi siano fermati e che chi lo fa ne paghi le conseguenze.

E, tanto per non dimenticare il caso che ha portato a queste considerazioni, che nessuno faccia finta di non capire che quello che sta accadendo ORA in Nicaragua riguarda TUTTI, su tutto il pianeta Terra.

Perché sono cose che possono accadere dovunque, anche nelle nazioni più insospettabili.

 

Il ruolo del giornalismo

In un mondo civile, ci si apetta che si possa contare sui professionisti del mondo dell’informazione, i giornalisti. In particolare su chi è impegnato, alla stregua di una missione eticamente ineccepibile, nel GIORNALISMO INVESTIGATIVO, metaforicamente i “cani da guardia” che abbaiano quando un pericolo si affaccia nelle nostre vite, ma anche di più visto che indagano e puntano alla VERITÀ.

I fatti degli ultimi 20 anni e con un’evidenza sempre più sconcertante negli ultimi 5 anni, stanno però denunciando che in quello che viene definito il “MAINSTREAM” (il flusso principale dell’informazione, quello che influenza e determina la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica) il giornalismo investigativo è quasi sparito.

  • Motivi economici? Indagare costa e la crisi la soffrono anche gli editori.
  • Motivi politici locali? Delle indagini infastidiscono solo chi ha qualcosa da nascondere e, avendone il potere, politico, fa tacere le fonti scomode.
  • Motivi geopolitici globali? Sarà un caso che gli editori che controllano oltre l’80% del mainstream mondiale si siano ridotti, dagli originali migliaia di editori locali, a soli 8 concentrati negli USA e in UK?

Fatto sta che dei casi come quello del Nicaragua (ma vogliamo citare tutti gli altri in tutto il pianeta di cui non sappiamo pressoché nulla o solo la versione “ufficiale” che viene decisa da poche teste? Perché per l’elenco completo non basta un articolo, ci vuole una enciclopedia!) in tutto il mondo sappiamo ben poco, o solo la versione che, guarda un po’ è la perfetta fotocopia di un comunicato stampa della Casa Bianca.

Rifletterci non sarebbe l’interesse di tutti?  Dove sono finiti tutti quei bravi professionisti che fino a qualche tempo fa hanno avuto la coerenza e talvolta il coraggio di investigare e raccontarci la VERITÀ?

Eppure, di cose da chiarire ce ne sono sempre di più.

E proprio il regime imposto e tutt’ora vigente su quasi tutto il pianeta a causa di una “pandemia” che ha motivato provvedimenti MOLTO discutibili (e la situazione sta peggiorando drammaticamente) e a danno delle popolazioni, dovrebbe far riflettere.

Guido De Simone

Posted by Guido De Simone

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