*Continuamo a pubblicare le opinioni espresse nel corso della Conferenza Internazionale: “L’ITALIA E LE SANZIONI. Quando la geopolitica si scontra coi mercati. Quattro casi di studio per gli interessi economici italiani: Eritrea, Iran, Russia e Sudan”.
L’intervento dell’Ambasciatore dell’Etiopia al Convegno organizzato il 7 Maggio 2015 dalla Fondazione “Fare Futuro” presso e con la collaborazione del Ministero degli Affari Esteri (Farnesina) suona come un’accusa precisa agli USA ed all’ONU, ma anche un invito all’Italia ed a tutte le nazioni alla razionalità ed a rapporti costruttivi.
S. E. Pietros FESSAHAZION, Ambasciatore dell’Eritrea in Italia, ha subito iniziato il suo intervento con un lucido esame delle cose: «Da molto tempo ormai, le sanzioni sono diventate una caratteristica della diplomazia internazionale e, quasi sempre, vengono imposte selettivamente solo su quelle nazioni a torto considerate “nemiche” di certe massime potenze mondiali. Nella stragrande maggioranza dei casi le sanzioni vengono imposte senza evidenze (n.d.r.: prove) per quanto riguarda la violazione del Diritto Internazionale o della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)».
Con chiaro riferimento agli Stati uniti d’America quando menziona “certe potenze mondiali”, l’Ambasciatore continua così: «L’ironia della storia è il fatto che quelle potenze, che ora si accaniscono ad imporre sanzioni senza minimamente preoccuparsi delle devastanti conseguenze sulla gente comune, sono quelle medesime che hanno vergognosamente difeso per anni il regime dell’Apartheid in Sudafrica e che si sono strenuamente opposte alle sanzioni controdi esso».
Rispondendo alla domanda principale posta dal convegno, cioè se le sanzioni hanno senso o no, Fessahazion afferma: « occorre di volta in volta sapere quali sono gli obiettivi prefissi dai promotori delle sanzioni poiché, spesso, gli obiettivi dichiarati non corrispondono a quelli reali e taciuti».
Ma se la domanda è «se le sanzioni favoriscono la libertà, la stabilità e la pace, e se creano benessere a popoli e nazioni, allora la sua risposta, per quanto “elegantemente diplomatica”, è netta: « sulla base delle esperienze dirette (n.d.r.: nel caso Etiopia) ed indirette, è impossibile dare una risposta affermativa».
E per non lasciare ulteriori dubbi: «Nel caso dell’Eritrea, le sanzioni sono state imposte dagli USA dietro la copertura e per mezzo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU». Aggiungendo un sarcastico commento proprio all’indirizzo degli Stati Uniti: «L’ironia della storia è il fatto che quelle potenze che si accaniscono ad imporre sanzioni, senza minimamente preoccuparsi delle devastanti conseguenze sulla gente comune, sono quelle medesime che hanno vergognosamente difeso per anni il regime dell’Apartheid in Sudafrica e si sono strenuamente opposte alle sanzioni contro di esso».
L’accusa è pertanto estesa anche all’ONU ed al fatto che il massimo organismo mondiale a tutela della pace e della stabilità internazionale, il Consiglio di Sicurezza, sia di fatto manipolato ed usato a suo piacimento dagli USA: «Nel caso dell’Eritrea, le sanzioni sono state imposte dagli USA dietro la copertura e per mezzo del Consiglio di Sicurezza», ha detto, precisando la motivazione, poi dimostratasi infondata, come riconosciuto da tutti, USA inclusi (eppure le sanzioni permangono), : «con il pretesto che l’Eritrea avrebbe sostenuto il gruppo terrorista somalo conosciuto con il nome di “Al-Shabab”, ma senza un straccio di evidenza (n.d.r.: prova)».
Nonostante il governo Eritreo abbia ripetutamente respinto le accuse e chiesto di vedere le prove pubblicamente, le sue «richieste sono state puntualmente respinte per le fortissime pressioni esercitate dagli USA sugli altri Stati Membri del Consiglio, …», ed a ciò segue il nodo della questione, il motivo che, a vedere dell’Eritrea, si annida dietro tale comportamento degli USA: «… mentre all’Etiopia, la fonte principale delle “informazioni” del Gruppo di Monitoraggio per la Somalia e l’Eritrea (GM), è concesso di comparire davanti all’organo supremo mondiale per accusare l’Eritrea forte del sostegno e della protezione USA».
In sostanza, il rappresentante del governo eritreo afferma che quelle «sanzioni sono illegali ed ingiustificate poiché le ragioni vere che stanno alla base non sono le attività eritree in Somalia, ma il tentativo malcelato di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dall’occupazione etiopica di territori eritrei e, quindi, di coprire e difendere un Paese alleato (n.d.r.: degli USA), l’Etiopia». Ancora più esplicitamente, le sanzioni: «sono il risultato di considerazioni e calcoli geo-strategici che non hanno nulla a che vedere con la causa della pace e della stabilità regionale. E l’Eritrea è solo una vittima, un caprio espiatorio».
La cosa altrettanto grave è che, nonostante le sanzioni siano state concesse dal Consiglio di Sicurezza solo come un “embargo sulle armi” (che proibisce l’importazione, l’esportazione o il transito di armi e munizioni ed attrezzature militari da o per l’Eritrea e terze parti), poiché, nonostante le insistenze degli USA di estenderle anche sul piano economico e finanziario (viaggi all’estero di esponenti di Governo o del Partito nonché il congelamento dei loro conti bancari e delle loro proprietà, ecc.), il Consiglio le ha respinte «poiché le accuse non erano attendibili e non hanno convinto gli altri membri».
Pertanto, non vi sono “sanzioni economiche” sull’Eritrea… Eppure, di fatto, non è così.
L’ambasciatore eritreo afferma: «in buona o malafede», forse solo per compiacere gli Stati Uniti, forse per carenze informative, o magari a causa di un’epidemia di cinismo ed ipocrisia, «alcuni paesi hanno usato ed usano tutt’ora l’embargo per prendere misure ostili ed ingiustificate contro l’Eritrea a prescindere dai contenuti delle sanzioni»
I comportamenti che l’Eritrea denuncia non sono lasciati nel vago, ma descritti in modo puntuale, con fatti e nomi: nonostante «la maggior parte dei paesi rispettarono si l’embargo di armi, ma continuarono normali rapporti economici con l’Eritrea», alcune delle maggiori potenze del mondo «hanno bloccato l’esportazione di attrezzature per l’edilizia e macchinari per movimento terra, di autoveicoli per il trasporto merci e di persone e perfino di pezzi di ricambio per una fabbrica di mattoni giustificando che essi potrebbero avere un duplice uso».
«Hanno ostacolato le rimesse delle comunità eritree nella Diaspora, le operazioni bancarie e le transazioni finanziarie esigendo assurde modalità ed applicando complicatissimi meccanismi mai usati per altri paesi in passato».
«Hanno esercitato forti pressioni sulle compagnie aeree affinché non caricassero cargo con destinazione Eritrea, comprese le bare di eritrei deceduti all’estero e negando quindi una sepoltura nella loro terra natale, suscitando molta rabbia e causando ingiustificabile dolore ai familiari dei defunti».
Ad esempio: «Nel 2009, rappresentanti di alcuni paesi occidentali tra i quali quelli degli USA, della Germania, della Francia, del Regno Unito e, purtroppo, anche dell’Italia riuniti a Berlino decisero di bloccare l’accordo per un prestito commerciale concluso e firmato tra la compagnia pubblica eritrea Bisha Mining Compagny (BMC) ed un consorzio di alcune banche principalmente europee coordinate dalla Deutsche Bank». Risultato? La BMC negoziò ed ottenne un prestito più vantaggioso dalla Cina.
«La FIAT rifiutò la consegna di più di 20 autocarri IVECO precedentemente pagati interamente da parte eritrea». Il Governo (n.d.r.: eritreo), ovviamente, si rivolse ad altri mercati ed ottenne i veicoli a condizioni molto più vantaggiose… e chi ci rimise fu l’Italia.
Sui risultati delle sanzioni inflitte all’Eritrea, l’analisi del rappresentante eritreo è altrettanto schietta e dettagliata. Il governo di Asmara distingue i due aspetti:
- gli obiettivi voluti, ma falliti,
- gli effetti e danni oggettivamente ottenuti.
Agli eritrei sembra evidente che si voleva, citando le sue parole:
- «tracciare un solco profondo tra gli eritrei ed il loro Governo»;
- «limitare il contributo della Diaspora (n.d.r.: rimesse dagli emigranti all’estero) alla ricostruzione ed alla crescita economica del Paese»;
- «isolare diplomaticamente l’Eritrea a livello regionale ed internazionale»;
- «fomentare disordini sociali del tipo “Primavera Araba” che avrebbero portato all’indebolimento del Governo prima ed al suo collasso ed al “cambio di regime” poi».
Su quest’ultimo punto, l’Ambasciatore aggiunge: «I ripetuti annunci dei media sul collasso del Governo e di “scenari del dopo” non sono altro che una conferma, seppure indiretta, di quelli che erano gli obiettivi delle ingiuste sanzioni contro l’Eritrea».
Al contempo, l’ambasciatore Fessahazion non nega che le sanzioni hanno danneggiato l’Eritrea, anzi, spiega che non è stato affatto una passeggiata: «In primo luogo, hanno fortemente contribuito ad offuscare l’immagine dell’Eritrea e, di conseguenza, hanno limitato il suo ruolo politico regionale ed internazionale».
Poi: «Il clima ostile, l’impatto negativo delle sanzioni sull’economia, l’impossibilità di creare posti di lavoro per i giovani e le politiche sull’emigrazione di alcuni paesi europei, che riservano un trattamento speciale agli emigranti eritrei per quanto riguarda l’asilo politico, hanno fatto presa sui giovani che a migliaia hanno intrapreso la via dell’emigrazione illegale nella speranza di trovare paradisi terrestri inesistenti, con indicibili sofferenze e morti tragiche durante il lungo viaggio per mari e deserti». In sostanza, le sanzioni contro l’Erittrea sono uno dei fattori che contribuiscono all’enorme flusso di migranti che arrivano sulle coste dell’Europa meridionale.
Dal punto di vista del governo eritreo, nonostante tutti questi ostacoli ed i tentativi di armare zizzania nel paese, «l’Eritrea è oggi uno dei paesi più sicuri, più stabili e più pacifici della regione. Esiste armonia tra le nove etnie e le varie confessioni religiose. Il Governo è stabile. Ad eccezione di singoli individui e piccoli gruppi foraggiati ed istigati da forze ostili all’estero, gli eritrei all’interno (n.d.r.: residenti) ed in Diaspora (n.d.r.: emigrati all’estero) sono impegnati nello sforzo comune della ricostruzione nazionale. In un’area fortemente caratterizzata da radicalismi, fondamentalismi, estremismi, violenze e conflitti, il popolo ed il Governo eritrei sono concentrati nella lotta alla povertà come unica soluzione ai problemi ed alle grandi sfide attuali. L’Eritrea è vicina a centrare se non tutti la maggior parte degli Obiettivi del Millennio dell’ONU entro il 2015».
E sui rapporti nell’area: «L’Eritrea intrattiene buoni rapporti bilaterali a livello regionale ed internazionale (eccezione fatta per l’Etiopia ed il Djibouti)», confermando che molte delle grane attuali partono dall’Etiopia e da chi, gli USA, ne supporta le strategie nel quadrante.
Per completare il quadro offerto dall’Ambasciatore eritreo: «Si può sostenere che l’Eritrea ha imboccato un lungo, difficile ma sicuro cammino nella direzione di uno sviluppo sostenibile e non vi è dubbio, da parte eritrea, che sarà in grado di superare le difficoltà entro i prossimi 3-5 anni».
Ora, al di là dell’ovviamente “rosea” visione presentata del governo in carica, Quello che sembra comunque sensato è il messaggio che segue all’Italia, che è di fatto esteso alla comunità internazionale.
I rapporti con l’Italia
Fessahazion spiega che dalla conquista dell’indipendenza nel maggio 1991, nonostante ciò che ci si poteva aspettare (tutta l’area, Eritrea inclusa, ha guardato all’Italia come ad un faro ed un modello per oltre un secolo e spesso ne conosce la lingua), i rapporti con l’Italia sono sempre rimasti blandi e senza una vera volontà di consolidamento, salvo per un periodo assai breve a cavallo del 1996 che culminò con, la visita di Stato del Presidente Oscar Luigi Scalfaro. «Nonostante la forte e convinta solidarietà di molti suoi cittadini e di varie organizzazioni, l’Italia non ha mai sostenuto la lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo eritreo». Di fatto, la lamentela dell’Eritrea è che «nel periodo post-indipendenza, l’Italia non ha valorizzato l’importanza dei forti legami storici e culturali esistenti tra i due popoli. E, più importante, non ha preso in seria considerazione il potenziale che l’Eritrea poteva offrire all’Italia come accesso per l’Africa Orientale».
«Le non indifferenti opportunità economiche, la familiarità degli eritrei con la lingua, la cultura e la tecnologia italiane avrebbero potuto costituire un esclusivo vantaggio per le sue imprese. Non ci è stata, purtroppo, una visione strategica che poteva garantire vantaggi reciproci. Lo sviluppo di un forte legame bilaterale fu ostacolato da “questioni relativamente minori” che potevano trovare soluzione in un contesto più generale di reciproca amicizia e comprensione».
(N.d.r.: Per meglio capire la posizione italiana, faremo quanto prima una verifica con il Ministero degli Affari Esteri italiano in merito alle citate “questioni relativamente minori”.)
Le sanzioni del 2009 hanno solo complicato le cose, «non tanto per effetto dell’embargo sulle armi, quanto piuttosto per l’atteggiamento di chiusura che ne è seguito».
Per scendere nello specifico: «Il mercato eritreo, dove imprese e prodotti italiani avrebbero potuto avere il monopolio in quanto oltre la vicinanza culturale il made in Italy è particolarmente ambito, è stato conquistato dagli ultimi arrivati che hanno saputo cogliere il momento e l’occasione giusti. Solo pochi e coraggiosi imprenditori italiani, naturalmente con
la spinta anche del loro Governo, hanno continuato ad operare nel Paese».
Ma l’apertura all’Italia da parte eritrea è fin troppo incoraggiante. «Sebbene si siano persi tempo ed opportunità preziosi, l’Italia ha ancora vantaggi storici, culturali, linguistici e tecnologici non solo in Eritrea ma anche negli altri Paesi del Corno d’Africa. Tra tutte le nazioni europee l’Italia è il Paese con tutte le giuste credenziali ed i presupposti per svolgere un formidabile ruolo politico ed economico che tutti le riconoscono».
L’analisi geopolitica in favore del rapporto è presto detta: «In sintesi, per l’Italia l’Eritrea è l’accesso naturale verso l’Africa Orientale. Data la sua posizione geografica strategica invidiabile che occupa più di 1000 km lungo la sponda occidentale del Mar Rosso dove transitavano ingenti quantità di merci e di petrolio, la sua pace e stabilità interna, le sue non indifferenti risorse umane e naturali, i suoi buoni rapporti con molti paesi nelle regioni del Corno d’Africa e del Golfo, può nuovamente costituire un ponte tra l’Africa, il Medio Oriente e l’Europa».
È un messaggio al governo, alle imprese ed al popolo italiani che si conclude nel modo più incoraggiante: «La parte eritrea è fortemente convinta che una tale opportunità realmente esista ed è pronta a percorrere questo cammino con l’Italia, con la speranza e l’auspicio che le medesime convinzioni siano condivise anche da parte italiana».
L’invito è ancora più esplicito: «La politica del Governo punta sugli investimenti pubblici, privati e misti nelle infrastrutture e nei settori considerati prioritari e di carattere strategico, nonché sullo sviluppo del capitale umano. I settori più promettenti e di potenziale interesse per le imprese italiane sono l’estrazione mineraria, la pesca, il turismo, l’industria tessile e conciaria, l’agricoltura e relativa industria di trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici e le energie rinnovabili».
L’Eritrea, che, come ricorda l’Ambasciatore Fessahazion, è membro della COMESA (Common Market for Eastern and Southern Africa), può offrire il suo naturale bisogno di importare, tassi di criminalità e di corruzione del tutto trascurabili ed una grande voglia di vivere meglio ed in pace.
Al di là d’ogni possibile lettura di parte e pur tenendo in conto i “problemini” che lo stesso ambasciatore ha solo sfiorato, i presupposti dovrebbero quantomeno offrire un’opportunità, non solo per fare tesoro di un rapporto privilegiato e dare un’ulteriore chance alle imprese italiane, ma anche per consolidare un ruolo strategico geopolitico nell’Africa Orientale che solo gli italiani possono decidere se sprecare o se consolidare.
Guido De Simone, Roma




