Le mille e una Turchia

Da qualche tempo, archiviato il recente referendum istituzionale, la Turchia è scomparsa dai giornali, ormai quasi tutti impegnati a descrivere la (presunta) minaccia rappresentata dalla Corea del Nord. Ma ritornerà: la Turchia, nel bene e nel male, è un Paese troppo grande e importante per essere ignorato. Ed Erdoğan non è certamente un tipo che passa inosservato.

 Giuseppe Cappelluti

Il referendum di aprile ha restituito il quadro di un Paese spaccato. Il 51,41% della popolazione turca ha votato sì al referendum che ha trasformato il Paese in una Repubblica presidenziale, il 48,59% ha votato no. La Turchia profonda, quella lontana dalle coste dell’Egeo ma anche quella affacciata sul Mar Nero, le periferie di Istanbul e le coste asiatiche del Mar di Marmara, hanno optato in gran massa per il sì. A votare no, invece, è stata praticamente tutta la Turchia balcanica ed egea, da Edirne ad Antalya, così come la costa mediterranea e le montuose regioni sudorientali, terra dei Curdi e un tempo degli Armeni. A tutto ciò si aggiungono due “isole” nel mare dell’Anatolia conservatrice, le province di Ankara e di Eskişehir.

Questa chiara demarcazione geografica tra le terre del “sì” e le terre del “no” ha in parte una spiegazione storica. Nel 1071, quando il condottiero turco Alp Arslan sconfisse il bizantino Romano Diogene, portò il suo popolo, da poco islamizzato, ad insediarsi in uno dei due bastioni dell’Impero Romano d’Oriente, l’Anatolia. Per qualche anno, i territori dell’Impero Selgiuchide si estesero fino all’Egeo, lasciando a Bisanzio soltanto una stretta fascia costiera. Con la Restaurazione Comnena l’Impero d’Oriente riuscì a riappropriarsi di buona parte dei territori perduti, inclusa la costa del Mar Nero fino all’attuale Georgia e quella mediterranea fino all’attuale Libano, ma non riuscì a recuperare l’Anatolia interna, e la Battaglia di Miriocefalo implicò il fallimento dei tentativi di scacciare i Turchi dall’Anatolia.

Il manifesto delle celebrazioni ufficiali dell’anniversario della Presa di Costantinopoli, emblema di un Paese “laico” che però ha scelto un’identità ben definita.

Intanto, nelle aree sotto il loro controllo, i Turchi istituirono il Sultanato di Iconio (in turco Konya), detto anche di Rûm (Roma) in quanto costituito in terre fino ad allora romane. Qui, lentamente ma con costanza, i Turchi procedettero all’islamizzazione della popolazione locale, che pur essendo libera di continuare a praticare le sue religioni tradizionali (quasi sempre il Cristianesimo) pagava questa possibilità con un maggiore carico fiscale e minori diritti rispetto alla popolazione musulmana. Sposare un Turco, o una Turca, implicava la crescita dei figli come musulmani e la conversione all’Islam dell’eventuale partner maschio non musulmano. Ciò implicò, nel giro di pochi decenni, conversioni all’Islam sempre più massicce, e sono proprio queste terre di più antica islamizzazione a costituire oggi una delle roccaforti elettorali del Sultano.

La Grande Moschea di Bursa, un gioiello dell’architettura tardo-selghiucide risalente alla fine del Trecento. Bursa è stata la prima vera capitale dell’Impero Ottomano.

La Quarta Crociata, nel 1204, fu l’inizio della fine. I Crociati, guidati dal Doge di Venezia Enrico Dandolo, istituirono l’Impero Latino d’Oriente, nella speranza di riportare il Cattolicesimo nel mondo greco; e, anche se nel 1261 i Bizantini riuscirono a riconquistare Costantinopoli, per l’Impero le sorti erano segnate. Nel giro di cent’anni, infatti, praticamente tutti i suoi territori asiatici sarebbero finiti nelle mani degli Ottomani, un bellicato turco originario della zona di Bursa, mentre nel 1354, con la Conquista di Gallipoli, l’Impero Ottomano iniziò ad espandersi in Europa. Nel 1453 cadde Costantinopoli, ultimo baluardo dell’Impero Bizantino, e nei decenni successivi l’Impero Ottomano impose il suo dominio su quasi tutta la Penisola Balcanica, arrivando a più riprese alle porte dell’Europa Occidentale.

Nell’Impero Ottomano, come nell’antico Sultanato di Iconio, la religione di Maometto aveva il primato, mentre Ebrei e Cristiani, pur liberi di praticare, erano soggetti a restrizioni. Questa politica, tuttavia, ebbe alterni effetti nei Balcani e nell’Anatolia. In quest’ultima, dove l’islamizzazione era più antica, agli inizi del Novecento l’Islam era predominante, sebbene forti minoranze cristiane resistessero sulle coste egee, sul Mar di Marmara, in Armenia e in misura minore in Cappadocia e nel Ponto, oltre che ovviamente nelle città principali. Nei Balcani, invece, ci furono conversioni all’Islam, ma il grosso della popolazione rimase di fede cristiana, e con la crisi dell’Impero Ottomano colse l’occasione per reclamare la sua libertà. Nel 1913, alla fine delle Guerre Balcaniche, quasi tutti i territori balcanici dell’Impero Ottomano erano passati in mano cristiana o di Paesi religiosamente neutrali (Albania), mentre i suoi confini occidentali coincidevano ormai con gli attuali confini turchi[1].

La Moschea di Solimano, emblema dell’apogeo dell’Impero Ottomano.

Le rese dei conti, i massacri e le pulizie etniche che avrebbero accompagnato l’affermazione dei nazionalismi avrebbero cambiato per sempre il volto della regione. Un fenomeno che non avrebbe risparmiato nemmeno la Turchia, in particolare a seguito dell’ascesa del Comitato per l’Unione e il Progresso. A farne le spese furono prima i Bulgari della Tracia Orientale, espulsi a seguito della sconfitta di Sofia nella Seconda Guerra Balcanica, poi gli Armeni, che nelle province sudorientali furono vittime di un vero e proprio genocidio, e poi i Greci, che dopo il fallimento della Megali Idea furono costretti ad abbandonare i territori dell’Impero Ottomano temporaneamente ceduti alla Grecia in base ai Trattati di Sèvres (Tracia orientale fino a Çatalca, Distretto di Smirne nell’Asia Minore). Stessa sorte toccò ai Greco-Ortodossi residenti nelle altre regioni dell’Anatolia, pur tendenzialmente meno sensibili alle sirene irredentiste dei loro compatrioti traci e ionici.

Il motivo di questi tragici eventi va ricercato essenzialmente nelle profonde trasformazioni vissute dalla Turchia nei dieci anni che intercorsero tra l’affermazione del Comitato per l’Unione e il Progresso e la vittoria della neonata Repubblica Turca a Dumlupınar, che segnò la fine della guerra contro la Grecia. La Turchia, in questi anni, aveva smesso di essere un impero multinazionale, scegliendo di diventare lo Stato nazionale dei Musulmani ottomani; e, mentre gli Armeni venivano massacrati e i Greci espulsi, il neonato Stato turco accoglieva a braccia aperte i Musulmani discriminati o espulsi in altre province dell’ex Impero, integrandoli soprattutto nelle province abbandonate dai Greci.

Eppure, ancora oggi, le province un tempo cosmopolite della Tracia Orientale e dell’Asia Minore mantengono una fisionomia propria. Ad Edirne come a Smirne, il peso della religione sulla vita quotidiana è minore rispetto all’Anatolia profonda, la birra è più frequente che in altre località turche, mentre gli ideali di laicità della Repubblica kemalista[2] sembrano essere presi maggiormente alla lettera. Queste province sono la roccaforte elettorale del CHP, il principale partito di opposizione, che in alcuni casi raggiunge percentuali superiori al 50%.

Un discorso a parte va invece fatto per İstanbul. L’antica Costantinopoli, la capitale di tre imperi nota anche per la sua atmosfera cosmopolita, rimane un caleidoscopio di zone anche molto diverse tra loro, spesso locate a distanze anche molto brevi, ma non è più quel luogo di incontro tra religioni descritto per secoli da generazioni di viaggiatori, sebbene le testimonianze in questo proposito siano numerose. La città, al pari degli altri territori della sua provincia e di due isole egee, è stata esentata dagli scambi di popolazione con la Grecia del 1922-23, in virtù della sua forte importanza simbolica per il mondo ellenico. Di conseguenza, circa centomila Greci scelsero di restare in quella che chiamavano la Polis, ma le memorie della guerra erano ancora vive, così come le tensioni con la Grecia, e a seguito del Pogrom del 1955 la maggior parte dei suoi membri scelse di fuggire, lasciando dietro di sé soprattutto persone anziane. Stessa sorte toccò a molte delle altre minoranze religiose della città, come quella italo-levantina, e oggi l’unica a sopravvivere a livello comunitario è quella armena, che conta circa 70.000 membri.

Tutto ciò, assieme all’autentica esplosione demografica vissuta da İstanbul a partire dagli anni Cinquanta, avrebbe letteralmente sconvolto il suo profilo demografico. Molte delle aree tradizionalmente popolate da Greci ed Europei in generale, come Tarlabaşı, non lontano dalla centralissima İstiklal Caddesi, Fener e la stessa Beyoğlu, sono state ripopolate da immigrati di provenienza prevalentemente anatolica, a cui si sono aggiunti recentemente africani e profughi siriani. Stesso discorso dicasi per le nuove periferie di İstanbul, molto spesso composte da enormi distese di palazzine e condomini costruite su un terreno perlopiù ondulato. Si tratta di quartieri spesso relativamente poveri, dove l’inglese è un perfetto sconosciuto, dove per le strade si sente una sorta di variante orientaleggiante del nostro neomelodico, piuttosto che i gruppi pop e rock occidentali, e dove la popolazione, fortemente conservatrice dal punto di vista etico e valoriale, è fortemente sensibile ai richiami di Allah. Il fatto che queste zone siano dei bastioni dell’AKP di Erdoğan, che grazie ai voti di quartieri come Bağcılar può stabilmente contare sulla maggioranza dei voti nella provincia di İstanbul, non è che una naturale conseguenza.

Ben diverso è invece il discorso valido per le municipalità benestanti, come Şişli, Beşiktaş e Kadıkoy (l’antica Calcedonia). Qui, tra i grattacieli di Levent, le boutiques dello Zorlu Center, i ristoranti di pesce con l’immancabile rakı (il liquore all’anice tipico della Turchia, nda) e i locali notturni lungo il Bosforo, il CHP può contare su una stabile maggioranza tra un elettorato che non di rado parla le lingue straniere – cosa non scontata in Turchia –, conosce le capitali europee e beve birra e rakı oltre all’onnipresente çay. In una delle tante contraddizioni che caratterizzano l’odierna Turchia, il CHP gode di forti consensi anche nelle municipalità occidentali di Silivri e Çatalca, che in un certo senso rappresentano un’anticipazione della Turchia balcanica a cui sono attaccate. Un discorso a parte, infine, va fatto per le province sudorientali, popolate perlopiù da Curdi e dove a predominare è l’HDP.

Eppure la Turchia è unita

Uno degli elementi che colpiscono maggiormente anche il visitatore più distratto è sicuramente l’onnipresenza dell’Al Bayrak (la bandiera turca), delle statue di Atatürk e delle strade e delle piazze intitolate al Fondatore della Repubblica. Queste ostentazioni di patriottismo, ovviamente, non sono una peculiarità esclusiva del Paese della Mezzaluna, come sa bene chiunque abbia visitato un quartiere unionista di Belfast o una qualsiasi cittadina americana in prossimità del 4 luglio. Ma per l’Italiano medio, che espone il Tricolore soltanto in occasione di Europei e Mondiali di calcio e che difficilmente ha per Garibaldi anche solo una parte di quella devozione che un Turco ha per Atatürk, ciò può stupire non poco.

Le conclusioni che se ne possono desumere sono ben chiare. Certamente militanti pro- ed anti-Erdoğan differiscono notevolmente nel loro uso dei singoli nazionali. Un sostenitore del CHP si appellerà ad Atatürk per difendere le fondamenta laiche dello Stato turco, mentre Erdoğan vi farà riferimento per sottolineare invece la continuità con quest’ultimo da parte del suo governo. La bandiera turca veniva sventolata, per motivi quasi opposti, sia dagli oppositori del tentato golpe del 15 luglio sia dai manifestanti di Gezi Parkı. Ma, a prescindere da questi dettagli, è possibile dedurre che in Turchia il sentimento di appartenenza alla patria è molto forte.

Un patriottismo spiegabile soprattutto attraverso i concitati eventi degli anni Dieci e Venti. Nel 1919, con la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, la Sublime Porta dovette accettare il Trattato di Sèvres, che le imponeva di rinunciare a tutti i suoi territori a maggioranza araba (Penisola Arabica, Levante, odierno Iraq), all’Armenia Occidentale, dove si prevedeva l’istituzione di uno Stato indipendente armeno, alla Tracia Orientale fino a Çatalca e al Distretto di Smirne nell’Asia Minore, da trasferire alla Grecia. Il trattato, inoltre, stabiliva la creazione di aree di influenza alleate in buona parte del restante territorio curdo, la smilitarizzazione e la creazione di una sorta di protettorato internazionale su Costantinopoli e Stretti Turchi (che pure rimanevano sotto la Mezzaluna, fatto salvo il passaggio alla Grecia della Penisola di Gallipoli), e non escludeva la creazione di un’entità curda. L’Impero Ottomano, di fatto, cessava di essere un impero in tutto e per tutto, tranne che nel nome.

Statua di Mustafa Kemal, detto Atatürk (Padre dei Turchi). L’enorme prestigio guadagnatosi con la vittoria contro i Greci nel 1922 gli consentì di avviare una profonda opera di occidentalizzazione della Turchia.

Accettato con rassegnazione dalla Porta, il Trattato fu categoricamente rifiutato da un gruppo di generali, che sotto la guida di Mustafa Kemal (il futuro Atatürk, letteralmente “Padre dei Turchi”) diede vita alla Grande Assemblea Nazionale e riaprì le ostilità con le potenze alleate. Sul fronte levantino Atatürk poté fare ben poco, pur riuscendo a ottenere alcuni importanti successi nelle regioni a maggioranza turca. In Armenia e nei territori assegnati alla Grecia, invece, i successi furono enormi, con Atatürk che prima eliminò dalle mappe l’Armenia wilsoniana e poi ridusse notevolmente i guadagni territoriali della Grecia, che pure era inizialmente in vantaggio. Nel 1923, con il Trattato di Losanna, la Turchia ottenne una rinegoziazione a suo favore dei termini di Sèvres.

Atatürk, però, non si proponeva soltanto di vendicare l’orgoglio infranto, ma voleva ricostruire il Paese su basi completamente nuove. Contrario all’idea di uno Stato confessionale, Atatürk abolì il Sultanato e istituì la Repubblica. Allo stesso modo, la shari’a fu ufficialmente abolita, sostituita da sistemi legali ispirati a modelli occidentali, mentre fu nuovamente sancita la parità tra le religioni. Il Padre dei Turchi puntava a trasformare il suo Paese nello Stato nazionale del popolo turco, portarlo in Europa e renderlo in grado di competere con le principali nazioni europee, e per far questo si ispirava allo Stato-nazione all’occidentale.

Queste le origini della Turchia moderna, che tuttavia si basa su una contraddizione di fondo. Ufficialmente, come si è detto, la nazione turca è definita in termini non confessionali, e la Costituzione del Paese definisce turco chiunque abbia la cittadinanza turca; ma, nella prassi, un’identità civica turca non è mai esistita. D’altro canto, a definire un turco come tale non sono molti dei criteri tradizionalmente usati per definire le varie nazionalità. Non lo è l’etnia, visto che le vicende storiche dell’area ottomana rendono di fatto impossibile individuare i Turchi “purosangue” dagli indigeni turchificati (e, in ogni caso, ciò non avrebbe alcun ruolo nel definire la lealtà al nuovo Stato), e non lo è nemmeno la lingua. Certamente lo Stato turco è sempre stato ostile verso le lingue minoritarie, come dimostrano i massicci cambiamenti toponomastici degli anni Venti e Trenta e le iniziative per mettere al bando l’uso pubblico delle lingue minoritarie (in particolare quelle parlate dai popoli musulmani, come il pomacco, il laz, l’albanese e ovviamente il curdo), con effetti chiaramente percepibili ancora oggi. Eppure, una volta che un cittadino alloglotta iniziava a usare solamente il turco, di fatto diventava un Turco a pieno titolo, e il fatto stesso che i Curdi furono a lungo considerati “Turchi di montagna” è la prova che gli stessi non fossero considerati come estranei alla nazione turca.

A definire l’appartenenza alla nazione turca, nella prassi, è la religione. Ciò può suonare quantomeno paradossale in un contesto in cui lo Stato turco è ufficialmente laico, ma un po’ meno dando uno sguardo alla storia. In epoca selgiuchide, il consolidamento del dominio turco in Anatolia implicò massicce conversioni all’Islam e l’adozione della lingua e della cultura turca da parte dei convertiti. In epoca ottomana, il Sultano e la sua corte si autodefinivano come “Ottomani”, affibbiando l’aggettivo “turco” – non senza un certo disprezzo – a quegli abitanti dell’Anatolia rurale lontani dalle raffinatezze della Sublime Porta e incapaci di comprendere la raffinata lingua parlata tra le mura del Topkapı, ma l’aggettivo “turco” era sinonimo di “musulmano” tanto tra i non-Musulmani dell’Impero quanto tra quei Paesi non-musulmani che vedevano gli Ottomani come una minaccia. La politica della Sublime Porta creò una forte polarizzazione della società ottomana in senso religioso, le narrative storiche di Musulmani e non-Musulmani erano profondamente diverse, e non c’è da stupirsi se, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, a difendere il languente Impero erano quasi esclusivamente i Musulmani, terrorizzati dalla prospettiva di ritrovarsi sotto uno dei neonati Stati cristiani e dalla generale atmosfera di resa dei conti che vigeva in questi Paesi.

Le esperienze della Guerra d’Indipendenza hanno contribuito a rafforzare questo legame. Le conversioni all’Islam, in epoca ottomana, potevano avvenire per fede, convenienza o coercizione (o, non di rado, per una combinazione dei fattori di cui sopra), e nella prassi implicava semplicemente il dichiarare davanti a dei testimoni l’unicità di Dio (Allah) e riconoscere Maometto come suo Profeta. Sebbene il nuovo musulmano fosse tenuto a comportarsi conformemente alla legge islamica, almeno in pubblico, nella prassi era raro che la conversione implicasse un cambio radicale di stile di vita; ma, fatta eccezione per quelle comunità di Cripto-Cristiani che verso la metà dell’Ottocento hanno beneficiato dell’abolizione della pena di morte per apostasia, convertirsi all’Islam, anche solo di facciata, implicava attraversare un Rubicone. Cristiani e Musulmani, salvo rari casi, non si sarebbero più mescolati: avrebbero potuto vivere accanto, ma non insieme, e nell’arco di qualche generazione avrebbero perso memoria di parenti comuni. E, in caso di tensioni, molto spesso gli eroi degli uni erano le nemesi degli altri.

Di conseguenza, qualunque fosse l’origine etnica o il grado di osservanza, un Musulmano era naturalmente propenso a sostenere l’Impero Ottomano prima e Atatürk poi, eventualmente imbracciando le armi. E, come nel mondo classico le dispute tra Atene e Sparta furono messe da parte dall’incombenza del nemico persiano, nella Turchia moderna la patria e la fede avranno sempre la precedenza su qualunque disputa politica. Un Turco musulmano di origine balcanica, specie se cresciuto in ambienti urbani, può non avere quell’osservanza dei precetti coranici che ha il suo conterraneo delle campagne di Konya, così molto probabilmente non sarà un sostenitore di Erdoğan, ma la sua lealtà allo Stato sarà sempre indiscutibile, e non di rado si troverà ad essere più realista del Re in caso di forti tensioni tra popoli musulmani e popoli o Stati non-musulmani. Quando osserva le vicende che hanno coinvolto negli ultimi decenni i Ceceni, i Bosgnacchi, gli Albanesi Musulmani in Kosovo e Macedonia e la minoranza turca della Bulgaria (in realtà composta soprattutto da Bulgari convertitisi all’Islam in epoca ottomana), dopotutto, non di rado rivede lo specchio dei suoi drammi familiari, e le conseguenze si possono facilmente immaginare.

Ben diverso, invece, era il discorso valido per le minoranze non musulmane, in particolare quelle greca ed armena. A differenza, ad esempio, dei Turchi di origine circassa o bosniaca, Greci e Armeni erano autoctoni, discendenti di chi, in epoca selgiuchide e ottomana, non si era convertito all’Islam ma era rimasto cristiano. Molti di loro, poi, parlavano un ottimo turco, e nelle regioni interne dell’Anatolia, in particolare ad Angora (l’attuale Ankara), in Cappadocia e nella regione di Konya, la locale popolazione greco-ortodossa era composta in prevalenza da Karamanlidi, di madrelingua turca[3]. Tuttavia, come abbiamo già visto, ciò contava ben poco. Atatürk, certamente, avrebbe potuto rafforzare il legame con lingua ed etnicità, sulla falsariga di quanto avvenuto in Albania (dove, infatti, il sentimento patriottico prescinde dalla fede), e integrare nella nazione turca i Karamanlidi, anche in considerazione delle origini etniche turciche di almeno alcuni di loro e delle simpatie nettamente più scarse per l’irredentismo greco rispetto ai loro correligionari della Tracia, della Ionia e del Ponto.

Tuttavia, sebbene dei tentativi per integrare nella nazione turca i turcofoni di fede greco-ortodossa furono realmente effettuati (la creazione di una Chiesa Ortodossa Turca autocefala andava in questa direzione), quest’opzione non riuscì a farsi strada né ad Ankara, né tra i prelati e le gerarchie ecclesiastiche dell’Anatolia interna, molti dei quali restavano legati a Costantinopoli, e così, nel 1923, i Karamanlidi furono inclusi nel novero delle popolazioni da “scambiare” con la Grecia. Rimanevano, come abbiamo già visto, i Greci di Costantinopoli, Imbros e Tenedos (due isole nel Mar Egeo); ma, sebbene molti di loro si tenessero lontani dalla politica, evitando di prendere posizione nelle occasionali dispute con la Grecia, rimaneva il sospetto, probabilmente non infondato, che nella prassi avrebbero preferito che la Guerra d’Indipendenza Turca avesse avuto un esito diverso. Il loro forte potere economico non era di aiuto, e di conseguenza i Greci di Costantinopoli furono un facile capro espiatorio, prima oggetto di una patrimoniale che di fatto equivaleva a una sorta di jizya (la famigerata Varlık Vergisi) e poi di un pogrom in concomitanza con le prime violenze settarie a Cipro, dietro la falsa accusa di aver piazzato un ordigno presso la casa natale di Atatürk a Salonicco.

Alcuni libri sui tragici eventi del 1915, in cui gli stessi vengono definiti “genocidio”, in vendita in una libreria al centro di Istanbul. Il Genocidio Armeno rimane una questione spinosa nella storiografia turca, ma negli ultimi anni si è registrata una crescente apertura, come dimostra il fatto che dei libri che parlano di “genocidio” armeno siano oggi in libera vendita.

Il Pogrom di İstanbul, che per la sua natura premeditata[4] e il suo preciso intento di costringere alla fuga i membri della minoranza greca lo renderebbe, secondo alcuni, addirittura meritevole della dizione di genocidio, ci riporta ad un altro evento, tanto più noto quanto più massiccio come portata: il Genocidio degli Armeni. L’ostinato diniego da parte del governo e da gran parte della popolazione turca della natura di “genocidio” delle massicce deportazioni fatti del 1915 è cosa ben nota. Ciò che invece non è immediato, ma che al lettore dovrebbe ormai essere ben chiaro, è il perché. Questi eventi tragici, unanimemente condannati dall’Occidente, dal mondo ortodosso e in parte anche dall’Islam sciita, hanno contribuito non poco a rendere possibile la nascita della Turchia moderna, e non è un caso che l’ex Ministro della Difesa Vecdi Gönül abbia dichiarato che “lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia è stato uno dei più grandi successi di Atatürk“, chiedendosi poi se la Turchia sarebbe stata la stessa qualora ci fossero state ancora la comunità greca dell’Egeo e quelle armene sparse per il Paese[5].

Dichiarazioni sconvolgenti, se si pensa alle centinaia di migliaia di morti causate dai tragici eventi del 1915 e al fatto che quelli che all’epoca venivano definiti “scambi di popolazione” adesso rientrano in tutto e per tutto nella nozione di pulizia etnica. Tuttavia, oltre a non dimenticare che crimini simili furono commessi anche dalle controparti – e, in un contesto religiosamente connotato, il riferimento è alle potenze cristiane –, tali dichiarazioni vanno considerate innanzi tutto come l’ennesima riprova delle basi religiose su cui si basa la nazione turca. Nei concitati anni della fine della Sublime Porta, e in parte ancora oggi, la Turchia era l’America dei Musulmani: chi ci stava aveva ogni motivo per rimanerci, e chi viveva nei territori abbandonati dall’Impero aveva ogni ragione per vederla come una sorta di Terra Promessa, un porto sicuro per fuggire da contesti spesso ostili e un luogo dove acquisire una nuova identità senza per questo rinunciare alla propria. Molti, se non tutti, hanno iniziato a vedere la Turchia come la loro seconda Patria e a parlare la lingua di Rumi come se fosse la propria, ringraziando così la Mezzaluna per il sostegno anche politico offerto in passato.

Nulla di tutto ciò, invece, è potuto avvenire con dei non-Musulmani, se non in rari casi. Nel corso dei secoli, l’Impero Ottomano prima e la Turchia poi hanno richiamato da tutta Europa decine di migliaia di tecnici, artisti e professionisti. Non pochi di loro erano Italiani, che sin dall’epoca della conquista di Costantinopoli si affermarono come commercianti e diplomatici e che in epoca ottomana beneficiarono delle cosiddette “capitolazioni”, che consentivano loro di essere giudicati in base alle leggi del Paese d’origine anziché della shari’a. I Levantini (nome attribuito alle comunità di origine occidentale residenti nelle terre ottomane, di fede cattolica o ebraica), però, rimasero sempre una comunità chiusa, concentrata in alcuni quartieri che formavano delle sorte di enclavi, al più condivise coi membri della comunità greco-ortodossa, e poco avvezza a mescolarsi con la maggioranza turca. “Il problema dei Levantini”, afferma il critico cinematografico Giovanni Scognamillo, uno dei non molti ad aver imparato la lingua di Rumi, “è che non hanno mai voluto integrarsi, avevano uno spirito colonialista”[6]. Oggi, in un contesto non più religiosamente connotato, l’integrazione può essere più facile, così come l’interazione con i locali, ma come in epoca ottomana gli espatriati tendono a vivere in aree ben definite, evitando la Turchia profonda.

Un Giano bifronte

La Turchia è un Giano bifronte. Da un lato, con il Genocidio Armeno, gli scambi di popolazione con la Grecia e la progressiva scomparsa della comunità greco-ortodossa di Costantinopoli, la Turchia ha visto nell’ultimo secolo incrementare la componente “asiatica” della sua popolazione e creare un’identità nazionale di fatto basata sulla religione. Dall’altro, con le sue riforme, Atatürk ha introdotto non pochi elementi della civiltà occidentale, cercando di deislamizzare il Paese. Ciò è avvenuto sia con passi simbolici (la messa al bando del velo e del fez, l’introduzione del Calendario Gregoriano, l’introduzione dei cognomi e quella dell’alfabeto latino sono solo alcuni esempi), sia soprattutto concreti. La shari’a, ad esempio, è stata sostituita da un Codice Civile ispirato a quello svizzero, un Codice Commerciale di ispirazione tedesca e uno Penale mutuato da quello italiano. Allo stesso modo, l’uomo e la donna sono stati ufficialmente parificati, mentre nel 1934 – prima peraltro che in molti Paesi occidentali, tra cui l’Italia – le donne turche hanno ottenuto pieno elettorato attivo e passivo.

La nuova stazione della metropolitana di Haliç, sul Corno d’Oro, e sullo sfondo la Moschea di Solimano. Un tipico esempio dei contrasti che caratterizzano la Turchia moderna.

Memore delle sconfitte e delle umiliazioni inflitte dai principali Paesi europei nei due secoli precedenti, Atatürk ne adottò i modelli allora prevalenti non solo per cercare di replicarne il successo, ma anche affinché la Turchia venisse riconosciuta come Paese europeo. Erano gli anni Venti: l’epoca del Grande Gioco e della corsa per l’Africa era ormai finita, ma l’imperialismo era ancora “il fardello dell’uomo bianco”, oltre che una fonte di orgoglio nazionale, e l’ingresso nel gotha delle potenze europee avrebbe evitato al Paese di essere nuovamente oggetto di partizioni di natura coloniale e imperiale: salvo rari casi, dopotutto, nessuna potenza europea ha mai creato colonie in territorio europeo. La popolazione turca, memore degli eventi passati, fu acconsenziente ai cambiamenti; e, se su alcuni provvedimenti si è in seguito fatto marcia indietro (come l’introduzione dell’adhan[7] in lingua turca in luogo di quello tradizionale in lingua araba), le riforme più importanti sono state mantenute, e la Turchia è a tutt’oggi un Paese laico, orientato verso l’Europa e dove la donna è ufficialmente uguale all’uomo.

L’impatto delle riforme di Atatürk è stato senza dubbio profondo, e la popolarità del loro promotore resta forte anche tra i tradizionalisti. Malgrado i rischi in tal senso, esse infatti non hanno creato un Paese diviso tra tradizionalisti e innovatori, e la nascita dell’indipendentismo curdo, pur essendo in parte attribuibile all’opera di Atatürk, è piuttosto frutto di quella componente nazionalista che mirava ad includerli nella nazione turca. Ciò che invece è avvenuto, piuttosto, è stata la trasformazione della Mezzaluna in un Paese in bilico, non più integralmente musulmano ma neppure ancora parte integrante dell’Occidente. Il politologo statunitense Samuel Huntington, il padre dello Scontro di Civiltà, definisce “Paesi in bilico” quei Paesi che pur mirando ad aderire ad un’altra civiltà, sono ancora lungi dal completare tale transizione, sottolineando che, affinché un cambio di civiltà sia effettivo, è necessario il verificarsi di almeno tre condizioni:

1)      Un generale consenso tra la classe politica e dirigente;

2)      Il consenso, o quantomeno l’acquiescenza, della popolazione locale;

3)      L’accettazione da parte della civiltà di arrivo.

I primi due elementi, come sappiamo, sono in qualche modo soddisfatti. Tanto la popolazione quanto la classe politica, nel corso degli anni, sono rimaste sostanzialmente fedeli all’eredità di Atatürk; e, sebbene nei decenni passati non siano mancati partiti ed esponenti politici di orientamento filoislamico, alcuni dei quali sono anche ascesi al potere, fino a non molti anni fa l’esercito agiva da guardiano del kemalismo, spingendosi a sciogliere partiti o a mandare a casa governi regolarmente eletti. Allo stesso modo, la politica estera turca è da sempre orientata in senso filoeuropeo e filoccidentale: dopo un’iniziale vicinanza all’Unione Sovietica, che però non si è mai tramutata in alleanza, negli anni della Guerra Fredda la Turchia si è sempre stabilizzata su posizioni rigidamente atlantiste, anche a costo di fare scelte insolite per un Paese islamico (come il riconoscimento dello Stato di Israele).

La Fortezza di Rumelia, sulla riva europea del Bosforo, punto di partenza del fatale assedio di Costantinopoli del 1453.

Allearsi con gli Stati Uniti ha avuto non poche conseguenze sullo sviluppo sociale e politico turco. Negli anni del Secondo Dopoguerra, Washington avrebbe esercitato una fortissima influenza sulla vita politica del Paese, ad esempio sostenendo colpi di Stato per defenestrare governi poco graditi e combattere i movimenti di estrema sinistra, piuttosto forti nella seconda metà degli anni Settanta. Ma era l’epoca della Guerra Fredda, la Turchia era un tassello fondamentale nella geopolitica di quegli anni, e anche per la Mezzaluna non mancarono tornaconti positivi. Quando, alla fine degli anni Quaranta, l’Unione Sovietica ha chiesto alla Turchia una revisione della Convenzione di Montreux per l’attraversamento degli Stretti Turchi e la restituzione di alcuni territori ceduti in precedenza, Ankara ha resistito alle pressioni sovietiche anche grazie a Washington, che le ha offerto l’adesione alla NATO. Allo stesso modo, nei decenni successivi, la Turchia ha dato vita a un’area di libero scambio con l’allora CEE e sottoscritto vari trattati con la Germania per l’invio di Gastarbeiter per sostenere il boom economico tedesco.

Nel 1987 il Paese della Mezzaluna ha chiesto ufficialmente l’ingresso nella Comunità Europea. L’ingresso nell’Europa unita, dopo l’adesione alla NATO, avrebbe significato per Ankara il coronamento del cammino di Atatürk. La Guerra Fredda, però, volgeva al termine, la Turchia non era più il frangiflutti dell’influenza sovietica nella regione mediterraneo-vicinorientale, e la convergenza dei suoi interessi con quelli dell’Occidente non era più così scontata. La Turchia, così, iniziò ad essere “too big, too poor, too different”: con i suoi oltre 780.000 chilometri quadrati di estensione sarebbe diventata automaticamente il più grande membro UE per estensione e, coi suoi quasi ottanta milioni di abitanti, il secondo membro per popolazione dopo la Germania. Nel contempo, il PIL del Paese era nettamente inferiore alla media UE: di conseguenza, qualora fosse entrata nell’Unione, la Turchia sarebbe diventata da un lato uno dei principali esportatori di manodopera verso gli altri Paesi UE, e dall’altro un destinatario di molti di quei fondi strutturali attualmente destinati ai Paesi dell’Europa mediterranea e dell’ex Patto di Varsavia.

Il punto più importante, però, è forse quello culturale: può la Turchia essere definita un Paese europeo? “Europa”, com’è noto, è un concetto sia geografico sia culturale; e, sebbene il tema dell’identità europea sia da sempre al centro di un acceso dibattito, quasi tutti sono concordi nel definire “culturalmente europei” soltanto i Paesi cristiani del Vecchio Continente, con una deroga per quei Paesi a maggioranza cristiana situati immediatamente all’esterno dei suoi confini (Cipro, Georgia, Armenia e per alcuni persino Capo Verde). Tutti questi Stati, almeno in teoria, possono entrare nella UE, e l’unica eccezione è data dalla Russia, che pur trovandosi all’interno dell’Europa culturale era oggetto di una conventio ad excludendum già prima della crisi ucraina. La Turchia, sotto questo punto di vista, si trova in una posizione particolare. Da un lato, in virtù della sua fede islamica, essa non è solitamente considerata “culturalmente europea”; ma, nel contempo, la Turchia “laica” di stampo kemalista è comunque preferita alla prospettiva di uno Stato confessionale.

Istiklal Caddesi, tradizionalmente la più “europea” delle strade di Istanbul. Fino agli anni Cinquanta il quartiere di Pera, di cui Istiklal è il cuore, era popolato in prevalenza da Greci e altri Europei (tra cui una nutrita comunità di Italo-Levantini)

Bruxelles, quindi, si trova nella non facile posizione di una ragazza che, pur non avendo alcuna intenzione di concedersi a un pretendente, vuole mantenerne l’amicizia. Certamente non mancano, anche nel Vecchio Continente, i favorevoli alla Turchia in Europa. Questi, nello specifico, sottolineano la necessità di portare stabilità e prosperità in una regione come quella del Vicino Oriente, riducendo tensioni latenti quali si registrano ad esempio nel Kurdistan, e di rendere la Turchia un modello di Paese islamico moderno e culturalmente avanzato, riducendo al minimo il rischio di una deriva iraniana. Molti, inoltre, ritengono che l’adesione turca all’UE sarebbe benefica per la stessa Europa, arricchendola culturalmente e rendendola più immune al razzismo. La loro, tuttavia, resta una posizione minoritaria. Sebbene le negoziazioni per l’ingresso turco nella UE siano attualmente in corso, il loro completamento nei prossimi anni è praticamente impossibile (molti capitoli sono attualmente congelati) e praticamente tutte le personalità dell’Europa che conta, dalla Merkel a Juncker passando per Van Rompuy[8], si sono dette contrarie all’inclusione di Ankara nell’Unione.

I Turchi, che da quel lontano 1987 hanno visto Paesi come l’Estonia e la Slovacchia passare dal socialismo reale alla moneta unica, non hanno particolarmente gradito quest’ostracismo. Ufficialmente le autorità europee imputano ad Ankara il rispetto non proprio scandinavo dei diritti umani o questioni in sospeso quali Cipro Nord e il separatismo curdo, ma tanto i Turchi quanto gli stessi Europei sanno bene che il “too big, too poor, too different” dell’ex Commissario Europeo Frits Bolkestein significhi in realtà “too Muslim”. E, sotto questo punto di vista, la creazione di un’unione doganale tra la Turchia e l’UE e la partecipazione a programmi quali l’Erasmus non sono che dei meri premi di consolazione. L’anno scorso, a poche settimane dal fallito golpe, un importante diplomatico turco ha affermato che la Turchia puntava ad aderire alla UE entro il 2023, in occasione del centesimo anniversario della proclamazione della Repubblica[9]; ma, nella prassi, la probabilità che ciò avvenga rimane remota.

Il Palazzo di Beylerbeyi, sulla riva asiatica del Bosforo, costruito alla fine dell’Ottocento come residenza estiva di un potere imperiale ormai al tramonto.

Dove va la Turchia? Come corollario alle dichiarazioni del diplomatico di cui sopra, Erdoğan ha affermato che “qualora ciò non avvenisse, l’Europa avrà perso la Turchia”. Il Sultano, un uomo forte ben in linea con lo spirito turco, non è certamente una personalità che disdegni fare la voce grossa; ma, in quanto figlio della sua terra, conosce bene le tendenze in corso nel suo Paese. La spinta propulsiva della rivoluzione di Atatürk si è di fatto esaurita, mentre già da molti anni è ben percepibile una fase di reislamizzazione della Turchia: le restrizioni all’uso del velo islamico sono state progressivamente rimosse, mentre in tutto il Paese è in corso una massiccia campagna di costruzione di moschee, tra cui la megamoschea di Çamlıca, oggi la più grande del Paese, e un nuovo edificio di culto nei pressi di Piazza Taksim, nel cuore di quello che tradizionalmente è il quartiere più europeo della città. Allo stesso modo, il passato ottomano è una fonte sempre più forte di orgoglio. Infine c’è la demografia: nella provincia, come spesso accade, il tasso di natalità è di gran lunga maggiore che nelle grandi città, e la provincia, con alcune eccezioni, è tendenzialmente più tradizionalista.

Alcuni ritengono che Erdoğan stia usando la religione per creare consenso, e a Beşiktaş come a Kadıköy c’è chi grida al tradimento delle radici laiche della Repubblica; ma, come abbiamo visto, il Sultano non sta imponendo la sua volontà ad un popolo inerme, ma ne sta interpretando i bisogni più profondi. Il popolo turco, con l’Occidente, non ha mai avuto un rapporto facile. Per molti decenni, specie in passato, il sentimento prevalente è stato l’ammirazione: i Paesi occidentali erano il modello da imitare, e il loro successo politico ed economico costituiva il risultato da ottenere. Tuttavia, come spesso accade, all’incontro è seguito lo scontro. Molti degli immigrati trasferitisi in Germania, ad esempio, hanno lamentato razzismo ed emarginazione nelle terre di arrivo, e tra le comunità turche sparse per l’Europa Occidentale la sensibilità al tema dell’orgoglio nazionale è talora persino maggiore di quella riscontrata in patria, come dimostrato dalla sostanziale vittoria di Erdoğan nel referendum istituzionale di aprile in Paesi quali Francia, Germania e Olanda. Allo stesso modo, i numerosi attentati terroristici che hanno sconvolto la Turchia negli ultimi anni non hanno suscitato tra gli Europei una commozione paragonabile a quella causata da attacchi quali quelli di Parigi del 2015: gli slogan “Je suis Charlie” o “Je suis Paris”, ad esempio, non si sono ripetuti in occasione dell’attentato all’aeroporto Atatürk del giugno del 2016. Il due di picche dell’Unione Europea, pertanto, non è che una delle tante pagine di un cahier des doléances piuttosto lungo, pur essendo una delle principali.

Accanto alla demografia, all’incontro-scontro con l’Occidente e al rinnovato senso di identità e orgoglio nazionale, esiste un quarto elemento, questa volta di natura prettamente politico-istituzionale, che spinge verso la reislamizzazione del Paese: il ruolo dell’esercito. Nei decenni passati, quest’ultimo ha di fatto svolto un ruolo di garante delle fondamenta laiche dello Stato turco, non di rado intervenendo direttamente per mettere al bando partiti e uomini politici (tra cui, per un breve periodo, lo stesso Erdoğan) o per imporre il ritiro di proposte di legge. Due dei quattro colpi di Stato avvenuti in Turchia nell’era repubblicana, quello del 1960 e quello “postmoderno” del 1997, hanno avuto un movente religioso. Nel 2007, però, un referendum ha introdotto l’elezione diretta del Presidente, in precedenza nominato dal Parlamento, e tra il 2007 e il 2012 si è avuta una massiccia epurazione di alti ufficiali dell’esercito, accusati di appartenere a un’organizzazione segreta che tra il 2003 e il 2004 avrebbe cercato di defenestrare Erdoğan. Gli ufficiali oggetto delle inchieste sono stati definitivamente assolti nel 2016, ma nel frattempo l’esercito ha vissuto un ricambio generazionale, con l’ascesa di giovani ufficiali di orientamento islamista. Anche per questo, malgrado i non pochi riferimenti ad Atatürk nel nome e nel comitato ufficiale dei congiurati, l’ipotesi secondo cui il tentato golpe del 15 luglio sia stato di matrice kemalista ha avuto scarso seguito, mentre per il governo turco il vero mandante del golpe è stato il leader religioso Fethullah Gülen, già mentore di Erdoğan (tra l’opposizione, d’altro canto, non è assente l’ipotesi autogolpe).

l’harem del Sultano al Palazzo del Topkapi, storica residenza imperiale. Nel corso della storia turca, le donne hanno spesso svolto un ruolo chiave.

L’allontanamento della Turchia dall’Europa e il suo riavvicinamento al mondo islamico sembra un processo irreversibile. È difficile che la Turchia viva una rivoluzione in stile iraniano – non dobbiamo dimenticare che, prima di diventare la patria degli ayatollah, la Persia era governata da uno scià completamente avulso dagli umori e dalle esigenze del suo popolo –, ma il processo è già in corso, e in futuro non è escluso che il Paese della Mezzaluna possa sviluppare la sua variante di democrazia islamica, un’alternativa sunnita all’Iran sciita. Samuel Huntington, a suo tempo, affermava che “i leader politici così tracotanti da poter pensare di poter stravolgere e riforgiare dalle fondamenta la cultura del loro Paese sono destinati a fallire. Possono introdurre alcuni ingredienti della civiltà occidentale, ma non sopprimere gli elementi di fondo della propria cultura”[10]. E, sebbene le riforme di Atatürk abbiano avuto un impatto epocale, nella prassi non hanno tenuto conto di (almeno) due elementi che rendono l’Islam naturalmente incompatibile con una piena occidentalizzazione: la sua natura politica e il suo storicismo. L’Islam, com’è noto, non contempla una separazione tra religione e affari di Stato, e tanto il Corano quanto gli hadith del Profeta Maometto hanno valore di legge e non soltanto di dogmi morali. Ciò spiega non poco come mai, anche in un contesto ufficialmente secolarizzato come quello turco, l’Islam rimanga una forza politica in grado di raccogliere massicci consensi, e che anzi la liberalizzazione del sistema politico turco sia stata quasi sempre accompagnata dall’ascesa di partiti islamisti. A tutto ciò si aggiunge una visione teleologica della storia, ossia l’idea secondo cui la stessa vada verso un obiettivo preciso e che quindi esista una “fine della storia”. Questa filosofia accomuna l’Islam con l’Occidente, differenziandolo al contempo da praticamente tutte le altre civiltà; ma, se le ideologie occidentali mirano a costruire il paradiso in terra, per l’Islam la fine della storia consiste nell’estensione a livello mondiale del dar al-Islam, ossia del territorio sotto il controllo islamico e governato secondo la legge islamica.

Tuttavia, sebbene la Turchia contemporanea volga verso il mondo islamico, e malgrado i non pochi elementi che lasciano intendere come questo processo sia destinato a continuare, è alquanto difficile che ciò avvenga senza ostacoli. Certamente il percorso di occidentalizzazione intrapreso da Atatürk è stato parziale e ha avuto effetti ambivalenti. Nel primo Paese musulmano che ha dato il voto alle donne i ruoli sessuali restano ben definiti, la donna può essere la regina del focolare ma spetta all’uomo il mantenere la famiglia, e quindi il ruolo di capofamiglia, e il prototipo di donna realizzata è molto più simile alle Valide Sultan e alle Haseki Sultan[11] di epoca ottomana, detentrici di un potere talora anche vasto ma comunque esercitato dietro le quinte, piuttosto che alla virago in carriera nordamericana. Superare un retroterra culturale plasmato da consuetudini musulmane e asiatiche non è certo facile, e non è da escludersi che, in circostanze normali, le riforme di Atatürk avrebbero incontrato una levata di scudi immediata. Tuttavia è innegabile che l’abolizione della shari’a, la parificazione formale di uomo e donna e la costante esposizione alle influenze culturali europee abbiano contribuito non poco a plasmare la cultura turca contemporanea. Solo il 12% della popolazione turca, secondo un recente sondaggio, sostiene l’introduzione della shari’a, contro il 99% degli Afghani, l’86% di Nigerini e Malesi, il 74% degli Egiziani e persino il 42% della popolazione russa residente in aree a maggioranza musulmana (Ceceni, Tatari…)[12]. Gran parte della popolazione turca continua a riconoscersi nel kemalismo, e tanto le proteste di Gezi Parkı quanto la risicata vittoria del Sultano all’ultimo referendum dimostrano come superarne la componente laicista può essere tutt’altro che facile.

Un Paese che interessa

Pur non essendo né un Paese europeo né un Paese integralmente mediorientale, la Turchia occupa una posizione che la rende un attore chiave nella geopolitica di entrambi. Chi domina gli Stretti Turchi, di fatto, ha il potenziale per controllare sia l’Anatolia sia la Penisola Balcanica, e chi controlla sia l’Anatolia sia i Balcani è automaticamente un candidato al titolo di principale potenza sia dell’Europa sia del Medio Oriente. L’Impero Romano d’Oriente, uno dei tre imperi che ebbe come capitale Costantinopoli (gli altri due furono l’Impero Ottomano e lo stesso Impero Romano, seppure per un breve periodo e assieme a Roma), all’apice della sua estensione territoriale controllava i Balcani, l’Anatolia, la penisola italiana, il Levante, le coste nordafricane e una piccola fascia costiera nel sud della Spagna. Era l’epoca di Giustiniano; le orde di Arabi, Slavi e Longobardi che avrebbero minacciato quasi tutti i territori dell’Impero erano ancora lontane, e Bisanzio poteva beneficiare della vicinanza storica dell’Impero Romano, da cui aveva ereditato quasi tutti i suoi territori. Nei due secoli successivi, infatti, l’Impero perse più della metà dei suoi territori, e anche se quelli tra il IX e l’XI furono secoli di riscossa, passati alla storia come Rinascita Macedone, nel 1025, al culmine di quest’ultima, Bisanzio controllava soltanto i Balcani, l’Anatolia, le coste levantine fino a Laodicea, nell’attuale Siria, il Sud peninsulare con l’eccezione della Campania interna, l’isola di Cipro e una stretta fascia costiera in Crimea. Nei vent’anni successivi Bisanzio avrebbe riconquistato Edessa (oggi Urfa, o Şanlıurfa), la Sicilia orientale e la capitale armena Ani, mentre Venezia e Aleppo erano protettorati bizantini, ma l’Impero non avrebbe mai più raggiunto l’estensione dell’epoca giustinianea.

La Chiesa di Santa Maria dei Mongoli, risalente al Duecento e situata nel quartiere di Fener. La chiesa è l’unica del periodo bizantino mai convertita in moschea, con relativa iconostasi.

La più esigua estensione territoriale, però, non deve trarre in inganno: la Rinascita Macedone, infatti, fu l’apogeo della Roma d’Oriente. Mentre l’Europa Occidentale si dibatteva tra conflitti interni, una fallita restauratio imperii e le ultime invasioni barbariche, Costantinopoli, con i suoi quattrocentomila abitanti, i suoi commerci, le sue colonie mercantili e – non ultimo – il suo Patriarcato, si confermava come la più fiorente città europea. Piuttosto che dall’estensione territoriale, dopotutto, questa resilienza fu garantita in gran parte dalla sua solidità economica e dal ruolo del Patriarcato, oltre che dalla capacità di Bisanzio di conservare il nucleo balcanico-anatolico dell’Impero, che oltre a proteggere la Polis gli garantiva la sua proiezione euroasiatica. Questo schema, mutatis mutandis, si sarebbe ripetuto anche con l’Impero Ottomano, che partendo dal suo nucleo balcanico-anatolico fu tanto un protagonista delle vicende europee, quanto il Paese più potente dell’umma musulmana.

L’Europa, com’è noto, percepiva gli Ottomani come una minaccia, faceva il possibile per tenerli lontani dai suoi affari, e soltanto nell’Ottocento, con una Sublime Porta ormai ridotta a malato terminale, questa posizione fu soggetta a una parziale revisione; ma, nei lunghi secoli intercorsi tra la Conquista di Gallipoli nel 1354 e l’ultimo Assedio di Vienna del 1683, la possibilità che l’Impero Ottomano avrebbe un giorno dominato l’Europa Occidentale era tangibile. Per quanto riguarda l’umma, il controllo delle città sante di Medina e della Mecca e il titolo di Califfo, che il Sultano detenne tra la conquista dell’Egitto nel 1517 e la soppressione dell’istituto da parte di Atatürk, facevano dell’Impero Ottomano il Paese guida del mondo musulmano, sebbene nella prassi questo riconoscimento non fosse assoluto. L’Impero Moghul, a lungo dominatore del subcontinente indiano, era troppo grande per accettare la sudditanza alla Porta, mentre la Persia sciita ne fu a lungo un avversario. Il controllo ottomano era più nominale che reale persino in molte regioni a maggioranza musulmana dell’Impero, come l’interno della Penisola Arabica, e in alcune di queste i tentativi di secessione furano tutt’altro che assenti. Per molto tempo, tuttavia, la maggior parte dei Musulmani furono sudditi della Sublime Porta o di suoi Stati vassalli; l’area sotto l’influenza ottomana si estendeva fino al Sultanato di Aceh, nella lontana Indonesia, e né i Moghul né i Persiani furono mai in grado di contendere al Sultano il titolo di Califfo.

Gli eventi tra l’Ottocento e la seconda metà del Novecento hanno contribuito non poco a ridurre la Turchia a un oggetto della geopolitica internazionale, dopo che per molti secoli le entità controllate da Costantinopoli ne erano state un soggetto; ma, negli ultimi tre decenni, la stabilizzazione politica, la crescita economica e il crollo del comunismo hanno consentito all’ex Sublime Porta di riacquisire un ruolo da protagonista sulla scena eurasiatica. “Avendo voltato le spalle alla Mecca e vistasi respinta da Bruxelles”, scrisse Huntington, “la Turchia colse l’opportunità creata dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica per volgersi in direzione di Taškent”[13]. Questo riorientamento geopolitico in senso turco-islamico risponde in parte ai disegni strategici di Washington, che da sempre vede la Turchia come una testa di ponte nel Grande Medio Oriente, ma in parte è il segno di una politica estera autonoma, dettata da esigenze che non sempre coincidono con quelle dell’Occidente. Il notevole miglioramento dei rapporti con la Russia, da nemico storico a partner commerciale e geopolitico (seppur con riserva), e i tentativi di creare un terreno comune con l’Iran ne sono la riprova.

Certamente il vettore prioritario resta al momento quello verso Occidente, USA in primis. La Turchia, come sappiamo, è dal 1952 un Paese membro della NATO. L’adesione all’Alleanza Atlantica, come abbiamo visto, fu essenzialmente un prodotto della Guerra Fredda, quando Washington aveva ogni interesse nell’arruolare la potenza che avrebbe potuto chiudere all’URSS l’accesso al Mar Mediterraneo in caso di conflitto armato. Il Paese della Mezzaluna, così, fu scelto per ospitare missili nucleari che in caso di guerra avrebbero potuto facilmente raggiungere le maggiori città dell’URSS, successivamente rimossi in cambio del ritiro delle previste installazioni sovietiche nell’isola di Cuba. La fine della Guerra Fredda può aver incrinato i rapporti con l’Europa, ma non quelli con gli States, che dopo la caduta dell’ex nemico storico avrebbero voluto fare della Turchia un modello di Paese islamico laico ed economicamente di successo per le Repubbliche a maggioranza musulmana nate sulle ceneri della Patria del Socialismo Reale (Azerbaigian e “stan” del Centrasia). La Turchia, nella regione, serviva sia per prevenire un ritorno nella stessa di Mosca, sia per evitare una diffusione del fondamentalismo islamico, che avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dal comunismo. Particolarmente importanti erano le aspettative legate al ruolo della Turchia come ponte tra l’Europa e il Centrasia, soprattutto in virtù delle opportunità offerte nel trasporto degli idrocarburi (cosa che verrà meglio analizzata in seguito).

USA e Turchia si trovano su posizioni simili anche in molte delle crisi che hanno colpito la regione balcanica e vicinorientale negli ultimi decenni, come in Bosnia, nel Kosovo e – sia pure in misura leggermente minore – in Siria. Nella guerra in Bosnia, tanto gli USA quanto la Turchia hanno sostenuto i Musulmani bosniaci, mentre nel vicino Kosovo ambedue hanno sostenuto gli Albanesi contro i Serbi. La situazione è più complessa in Siria, in particolare a causa della presenza dei Curdi e dell’ISIS. Inizialmente Washington ed Ankara erano unite nel loro sostegno all’Esercito Siriano Libero, a prevalenza sunnita, ma la presenza dei movimenti autonomisti curdi, l’ascesa dell’ISIS e l’alleanza tra l’ESL e alcuni gruppi fondamentalisti sunniti, sostenuti dalla Turchia ma fonte di imbarazzo per gli States, hanno contribuito a sparigliare le carte. Gli USA hanno sostenuto il Rojava, da Ankara considerato come un’organizzazione terroristica, in funzione anti-ISIS, mentre la Turchia ha a lungo sostenuto gruppi fondamentalisti quali l’Esercito della Conquista e lo stesso ISIS, sia pure per un breve periodo. L’Operazione Scudo dell’Eufrate, lanciata da Ankara il 24 agosto 2016 e conclusasi con l’occupazione di un’area cuscinetto tra le due regioni sotto il controllo del Rojava, a popolazione prevalentemente araba e turcomanna, ha tuttavia goduto del sostegno degli Stati Uniti, per i quali sarebbe stato troppo rischioso ignorare le preoccupazioni turche riguardo alla sicurezza.

Negli ultimi anni, comunque, le divergenze tra Stati Uniti e Turchia sono cresciute. Gli obiettivi strategici dei due Paesi sono diversi: la Turchia punta a riasserire il suo ruolo guida nelle aree un tempo dominate dall’Impero Ottomano, mantenendo nel contempo buoni rapporti anche con i Paesi non-sunniti attivi nell’area (Russia ed Iran in primis), mentre gli States puntano all’apolarità, ossia all’assenza di una potenza dominante, nella regione vicino- e mediorientale in grado di soppiantare gli Stati Uniti come potenza egemone o anche solo di agire autonomamente al suo potere. Si è detto, a questo proposito, che il Medio Oriente attuale, con i suoi numerosi focolai di violenza quasi tutti riconducibili a una più grande guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita, sia per gli Stati Uniti il miglior Medio Oriente possibile[14]. Non da meno sono le divergenze in termini ideologici. Gli Stati Uniti, almeno in teoria, sono mossi dal desiderio di diffondere la democrazia e da un’istintiva percezione di qualunque rivolta contro un regime totalitario come una riedizione della Guerra d’Indipendenza Americana. Per la Turchia, invece, l’obiettivo principale sembra quello di proporsi come una sorta di grande fratello per i propri confratelli sunniti. Erdoğan non piace agli States, sia per le sue tendenze autoritarie e neo-ottomane, sia soprattutto in virtù della sua politica estera un po’ troppo autonoma. Ciò è apparso particolarmente chiaro a seguito del tentato golpe del 15 luglio: specie se si crede alla tesi secondo cui il suo burattinaio sia stato il predicatore Gülen, residente in Pennsylvania, non ci sarebbe nulla di strano se il burattinaio dei burattinai, o almeno uno dei principali sponsors, sia stato Washington. A poche ore dall’inizio del tentato golpe, dopotutto, l’allora Segretario di Stato USA John Kerry si limitò ad esprimere un generale auspicio di pace e stabilità, astenendosi quindi dal condannare il golpe o dal sostenere un governo che, per quanto possa essere oggetto di critiche, è stato comunque democraticamente eletto[15]. Il suo successore Rex Tillerson, a seguito della sua nomina, ha auspicato un rilancio delle relazioni con la Turchia, ma al momento queste restano piuttosto tese.

Se le relazioni con gli Stati Uniti sono in fase calante, però, non lo stesso si può dire di quelle con la Russia. I due Paesi, all’apparenza, non sono fatti per amarsi. Come all’epoca del Grande Gioco e della Questione d’Oriente, quando la Russia era la Terza Roma, anche oggi la Grande Madre viene vista come una luce di speranza da quei popoli ortodossi[16] dei Balcani e del Levante in conflitto con i vicini di casa soprattutto musulmani: in Bosnia e nel Kosovo, non a caso, Mosca ha sostenuto Belgrado, a Cipro è uno dei principali alleati del locale governo greco-cipriota, non riconoscendo la Repubblica Turca di Cipro Nord con cui pure ha dei legami informali, mentre nel Nagorno-Karabach il sostegno russo ha avuto un ruolo chiave nell’assicurare all’Armenia cristiana la conquista de facto della regione giuridicamente azera. Nelle crisi egiziana e siriana i legami religiosi hanno un peso decisamente minore nelle scelte strategiche russe, ma tanto l’egiziano Al-Sisi quanto il siriano Assad e le forze del Rojava godono del sostegno delle minoranze cristiane residenti nei loro Paesi; un elemento, questo, che ha consentito a Putin di presentarsi come un difensore della languente cristianità levantina. Infine c’è la questione della Crimea: l’annessione russa della regione autonoma ex ucraina, infatti, è stata condannata dal governo turco in virtù dei suoi legami con il Majlis, il principale organo rappresentativo della locale minoranza tatara. Eppure, dopo la fine della Guerra Fredda, l’Orso russo e il Lupo Grigio hanno dato vita a una vivace partnership economica e geostrategica, incrinata solo temporaneamente dall’abbattimento di un Suchoj russo nel novembre del 2015, e la comune ostilità verso le ingerenze occidentali fa sì che lo Zar e il Sultano non abbiano mancato di spalleggiarsi su questioni di politica interna.

Il più importante progetto congiunto di Russia e Turchia è senza dubbio il TurkStream (o Turkish Stream). Lanciato il 1° dicembre del 2014 in sostituzione del South Stream, il gasdotto avrebbe inizialmente dovuto avere una capacità di trasporto di 63 bilioni di metri cubi annui, successivamente ridotti a 31,5: la metà della capacità originariamente prevista, nonché di quella preventivata per il South Stream, ma comunque sufficiente a consentire alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi strategici. Tramite il TurkStream, infatti, Gazprom potrà:

–          Eliminare l’incognita dei Paesi di transito – leggi Ucraina – per le forniture verso i Paesi della Penisola Balcanica, ogni anno importatori di circa 10 miliardi di metri cubi di gas gran parte del quale russo, e in parte verso l’Italia, che riceverà il gas di TurkStream tramite il gasdotto IGI Poseidon;

–          Aumentare la propria quota sul mercato turco, destinatario della metà dei 31,5 miliardi di metri cubi di gas trasportabili mediante TurkStream.

Non meno importante è il gasdotto per la Turchia, che sfruttando al massimo la sua posizione eurasiatica si affermerà come il principale hub di gas dell’Europa dopo la Germania, con tutte le ricadute in termini strategici, occupazionali e di diritti di transito. Lo sconto del 10,25% sul gas russo ottenuto dalla Turchia grazie a TurkStream non è che la ciliegina sulla torta. Nel dicembre del 2015, a seguito dell’abbattimento di un caccia russo da parte dell’aviazione turca, il progetto fu sospeso, ma le scuse semiufficiali del governo turco portarono al suo scongelamento, e il gasdotto, in costruzione dal maggio 2017, si prevede entrerà in funzione nel 2019. L’Unione Europea non ha mancato di far sentire il suo disappunto, con il Commissario per l’Energia Maroš Ševčovič che ha definito il gasdotto “del tutto inutile” in quanto la sua capacità “eccede la domanda dei potenziali clienti”[17], ma la probabilità che la costruzione del gasdotto venga seriamente ostacolata da Bruxelles è molto bassa. Non facendo parte dell’Unione Europea, la Turchia non è tenuta ad adottare il Terzo Pacchetto Energetico, che impone la separazione tra la proprietà del gasdotto e quella del gas trasportato. Una volta al di là del confine turco, invece, il gas verrà trasportato tramite condotte gestite da terzi, come l’IGI Poseidon, o al più promosse dalla Gazprom, come il Tesla.

Il TurkStream, però, è soltanto la punta dell’iceberg dei rapporti economici tra Russia e Turchia. Quest’ultima, per molti anni, è stata una delle destinazioni preferite dei turisti russi. Nel 2015, con più di 3,6 milioni di arrivi, la Russia era seconda tra i Paesi d’origine dei turisti in Turchia dopo la Germania, e le vacanze sono da sempre la principale occasione di incontro tra Russi e Turchi, oltre che origine di non pochi matrimoni misti (solitamente donne russe con uomini turchi). Il 2016, iniziato con il bando dei voli charter e dei pacchetti turistici per la Turchia – successivamente abolito – e proseguito tra attentati e tentati colpi di Stato, è stato un anno nero per il turismo russo in Turchia, ma l’anno dopo ha visto una ripresa: nei primi dieci mesi del 2017, infatti, gli arrivi dalla Russia sono stati 4,5 milioni, e le previsioni parlano di un superamento del record di 4,8 milioni raggiunto nel 2014[18]. Infine ci sono gli scambi commerciali. Nel dicembre del 2012, a seguito di una visita di Putin in Turchia, le due parti hanno discusso dell’aspirazione di aumentare il volume degli scambi tra i due Paesi dai 35 miliardi di dollari dell’epoca fino a 100-150 miliardi[19]. Le sanzioni introdotte dalla Russia nell’ambito della crisi del Suchoj sono state in buona parte abolite – rimangono però l’embargo sulle importazioni di pomodori, finalizzato a proteggere la nascente produzione nazionale russa, e la sospensione del regime senza visti[20] – e negli scorsi mesi si è tornato a parlare di un accordo di libero scambio tra Turchia ed Unione Eurasiatica, sebbene una sua entrata in vigore nel prossimo futuro resti improbabile. La Russia esporta in Turchia soprattutto idrocarburi (il Paese, in particolare, è il secondo consumatore di gas russo dopo la Germania), mentre la Turchia esporta prodotti ortofrutticoli, tessili, pollame e sale. Si segnalano, poi, alcuni appalti ottenuti in Russia da imprese turche, ad esempio per la costruzione di alcune moschee, e quello ottenuto da Rosatom per la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu, la prima del Paese. A settembre, infine, la Turchia ha acquistato dalla Russia una partita di sistemi antimissile S-400[21].

Qual è il futuro dei rapporti russo-turchi? Nulla lascia presagire un nuovo peggioramento: la crisi del Suchoj, dopotutto, ha insegnato a Erdoğan che è bene non provare a forzare la mano allo Zar, almeno per il momento. Sulla Siria, il teatro di crisi che più di ogni altro ha rischiato di riportare i due Paesi ai tempi di Sarıkamış e delle infinite contese per i Balcani, Mosca ed Ankara sembrano in grado di collaborare con successo per giungere a una soluzione del conflitto. La Russia ha accolto le preoccupazioni della Mezzaluna legate alla sicurezza, dando il suo benestare all’operazione militare nel nord del Paese, e ha accettato l’idea che Assad non possa ritornare padrone dell’intero Paese. Il Sultano, d’altro canto, sembra aver accantonato l’idea di defenestrare il rais e di sostituirlo con un governo a guida sunnita su tutto il Paese. Ed è sulla base di queste premesse che i due Paesi hanno riscosso un certo successo nell’abbassare il livello dello scontro in Siria, con risultati che saranno ancora più evidenti man mano che si estingueranno le ultime sacche di resistenza dell’ISIS. Più labili sono le prospettive di cooperazione negli altri teatri di crisi che vedono il coinvolgimento diretto di entrambi i Paesi, come il Nagorno-Karabach: qui, con ogni probabilità, il Cremlino e la Mezzaluna si limiteranno a tenere a bada le rispettive parti, al fine di preservare lo status quo e di evitare quindi grossi cambiamenti della situazione sul campo. Non molto diverso il discorso per la Crimea, la cui annessione è stata condannata da Ankara – ma mai apertamente osteggiata – per via dell’opposizione della minoranza tatara (o almeno dei suoi organi rappresentativi ufficiali). Russia e Turchia, in ogni caso, hanno scoperto di avere non pochi interessi comuni, e per quanto diversi possano essere i loro valori e orizzonti culturali, nessuno dei due cerca di imporli all’altro, e ciò rende nettamente più facile creare relazioni e accordi in cui entrambe le parti possano trovare soddisfazione.

Il terzo vettore della politica estera turca è quello mediorientale-centrasiatico. Nei primi anni Novanta, in un contesto in cui i Paesi europei avevano fatto capire abbastanza chiaramente che non consideravano la Turchia una loro sodale e in cui la stessa Turchia iniziava ad interrogarsi sulla propria natura, Ankara ha sfruttato le opportunità aperte dal crollo dell’URSS per dare un nuovo senso alla propria identità, riesumando il panturchismo e promuovendolo nelle Repubbliche e nelle regioni etnicamente turciche dell’ex Unione Sovietica. Quest’operazione ha avuto risultati alterni. Quella di unire i popoli turcici “dall’Adriatico alla Cina” si è chiaramente rivelata un’utopia: l’attrazione per il panturchismo, come è facile attendersi, è molto maggiore tra i pur maggioritari popoli di religione musulmana che non tra quelli di fede non-musulmana. I Gagauzi della Moldavia, parlanti una lingua molto simile al turco ma di religione ortodossa, guardano ad esempio a Mosca piuttosto che ad Ankara, mentre per la buddista Repubblica di Tuva (affiliata alla Federazione Russa) il potenziale fratello culturale è la Mongolia. In più, vista la sua natura potenzialmente destabilizzante, il panturchismo è tenuto sotto stretta osservazione da Mosca, ben attenta a evitare la creazione di un’area di influenza turca nel Centrasia o l’insorgere di fermenti indipendentisti in aree come il Tatarstan, e in ogni caso la Turchia ha un peso politico troppo limitato per sostituirsi alla Russia nel suo ruolo di “grande fratello” delle Repubbliche ex-sovietiche dell’area. “Abbiamo appena lasciato l’impero russo. Non vogliamo entrare in un altro impero”, disse il Presidente kazaco Nursultan Nazarbaev in risposta alla proposta dell’allora Presidente turco Turgut Özal di sottoscrivere una dichiarazione di “fini turchi comuni”[22]. L’assenza di una volontà politica in tal senso è risultata chiara anche in altre occasioni: Nazarbaev, ad esempio, ha sostenuto Mosca durante la crisi del Suchoj, affermando che l’aereo russo era impegnato nella lotta contro il terrorismo e non intendeva attaccare la Turchia[23], sebbene varie fonti indichino nello stesso Nazarbaev l’artefice della normalizzazione dei rapporti russo-turchi.

L’atteggiamento del principale Paese turcico dopo la Turchia stessa è chiaramente indicativo della difficoltà di creare una variante turcica della Lega Araba, la cui capacità di esprimere una voce comune su quasi tutti gli affari relativi al Grande Medio Oriente la rende lontana dall’essere un mero raggruppamento di Paesi parlanti la stessa lingua. Tuttavia non è del tutto corretto dire che gli sforzi di Ankara siano stati infruttuosi. Per gli “stan” del Centrasia, che pur con gradazioni differenti combinano la vicinanza al Cremlino e una certa gelosia per un’indipendenza da poco acquistata, la Turchia costituisce un importante punto di riferimento sia per lo sviluppo della nazione e dell’economia locali, sia per l’attuazione di una politica estera multivettoriale, e la vicinanza culturale e linguistica sono in questo di grande aiuto. Nelle economie degli “stan” e nell’Azerbaigian, gli investimenti turchi hanno un peso non marginale: nel solo Kazakistan, ad esempio, tra il 2005 e il primo trimestre del 2017 sono stati investiti 2,1 miliardi di dollari, e nel settembre scorso sono stati approvati nuovi investimenti dal valore di 590 milioni[24]. Infine vanno segnalate le organizzazioni internazionali promosse dalla Turchia per incentivare i legami politici, economici e culturali tra i Paesi e le regioni etnicamente turcici. Nel 1993 è stato fondato il TÜRKSOY, un’organizzazione per la cooperazione in ambito culturale che raggruppa quasi tutti gli Stati e i territori ad etnia titolare turcica[25], nel 2009 ha visto la luce il Consiglio Turco, mentre nel 2013 è stata la volta del TAKM (acronimo di Turchia – Azerbaigian – Kirghizistan – Mongolia), attivo nell’ambito della cooperazione tra le forze di polizia. Infine va segnalata l’Organizzazione per la Cooperazione Economica (OCE), composta da Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, Azerbaigian e dagli “stan” dell’Asia Centrale.

La cooperazione maggiore, però, la si è registrata nel settore degli idrocarburi. Nel 1992 l’allora Primo Ministro turco Suleyman Demirel propose all’Azerbaigian e agli “stan” del Centrasia la costruzione di un oleodotto che avrebbe trasportato in Turchia il petrolio del Mar Caspio (il futuro BTC). La condotta, che a causa delle tensioni con l’Armenia sarebbe dovuta passare per la Georgia, incontrò subito il sostegno degli States, malgrado la dubbia convenienza secondo la logica economica, e vide la luce nel 2006, quando il primo carico di petrolio azero raggiunse il porto mediterraneo di Çeyhan. Per garantirsi la libertà di scelta ed evitare un eccessivo peggioramento dei rapporti con Mosca, nello stesso periodo Baku diede il benestare a un altro progetto, l’oleodotto Baku-Novorossijsk. L’oleodotto BTC, comunque, ha influenzato non poco la geopolitica della regione. Il progetto di un oleodotto transcaspico tra Aktau, in Kazakistan, e Baku è stato bloccato dai veti russo e iraniano, ma una parte del petrolio kazaco e turkmeno diretto verso ovest viene trasportato a Baku via nave, prima di essere imbarcato sul BTC. Più limitate, sotto questo punto di vista, sono le prospettive sul trasporto del gas: le condotte transcaspiche sono attualmente inesistenti (al pari dell’oleodotto Aktau-Baku, anche il progetto di un gasdotto tra Türkmenbaşy, in Turkmenistan, e Baku ha incontrato il veto russo-iraniano), e il trasporto del metano centrasiatico attraverso il Caspio richiederebbe un costoso processo di liquefazione e di rigassificazione.

Agli occhi occidentali e statunitensi in particolare, comunque, la Turchia resta interessante per il trasporto verso l’Europa del gas azero e mediorientale in generale, soprattutto al fine di ridurre il peso della Russia nel trasporto degli idrocarburi. Il principale progetto, a questo fine, è stato il Nabucco. Lanciato nel 2002, il progetto prevedeva la costruzione di un gasdotto che da Ahiboz, nell’Anatolia Centrale, avrebbe raggiunto il terminale austriaco di Baumgarten an der March attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria, dalla capacità annua di 31 miliardi di metri cubi l’anno. Poco meno della metà dei 63 miliardi trasportabili mediante South Stream, il progetto russo alternativo, ma abbastanza per far sorgere forti dubbi sulla sua fattibilità economica. Dieci anni dopo il lancio del gasdotto, infatti, l’unica fonte sicura di gas per il Nabucco era il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian. L’Iraq era ancora troppo instabile per poter pensare ai gasdotti; l’Iran era oggetto di sanzioni internazionali, mentre la costruzione di gasdotti tra l’Egitto e la Turchia, già di per sé problematica, divenne praticamente impossibile dopo lo scoppio della guerra civile in Siria. Rimaneva la Russia, che però non aveva interesse a sostenere un gasdotto finalizzato a circoscrivere la sua influenza nel Caucaso. Nel 2013, così, il progetto fu cancellato, sostituito da un altro dal respiro più limitato (il TANAP – TAP). Il nuovo gasdotto, che dai confini tra la Georgia e la Turchia giungerà fino a Melendugno, in provincia di Lecce, è attualmente in costruzione e sarà finalizzato all’approvvigionamento dei mercati turco, greco, bulgaro, albanese e italiano.

L’epicentro della politica estera erdoganiana, specie dal punto di vista simbolico, è però quella regione a cavallo tra Balcani, Nordafrica e Vicino Oriente un tempo controllata dall’Impero Ottomano e che fa sì che si parli spesso di una politica “neo-ottomana”. Per molto tempo, dalla caduta dell’Impero Ottomano fino al crollo di quello sovietico, la Turchia è stata sostanzialmente indifferente ai Balcani. Terminata la fase delle guerre di indipendenza balcaniche, i confini tra i territori musulmani e quelli tornati sotto il dominio cristiano erano stati ormai definiti. Per la Turchia, intenta soprattutto a creare una nazione turca omogenea, i Balcani erano ormai persi, e per questo il Paese si limitò ad accogliere i Musulmani oggetto di discriminazione nei Paesi della regione o semplicemente alla ricerca di un Paese in cui riconoscersi (i cosiddetti muhacir). Non molto diverso è il caso dei territori nordafricani e levantini passati nelle mani delle grandi potenze coloniali, molti dei quali, una volta tornati indipendenti, guardarono piuttosto al nazionalismo arabo laico e alle ideologie occidentali. La Turchia fu uno dei non molti Stati musulmani a riconoscere lo Stato d’Israele sin dalla sua fondazione, e non intervenne né durante le successive guerre arabo-israeliane, né nel conflitto settario che coinvolse il vicino Libano negli anni Settanta e Ottanta.

L’unico caso di intervento diretto turco in affari esterni, in questa fase, fu costituito dall’invasione di Cipro nel 1974. L’isola, colonia britannica fino al 1960, era popolata perlopiù da Greco-Ciprioti, di religione ortodossa, che puntavano all’unione con la Grecia (enosis), ma contava una minoranza piuttosto significativa di Turco-Ciprioti, di religione musulmana, che all’enosis contrapponevano la taksim, ossia la partizione dell’isola. Gli anni Cinquanta furono caratterizzati da forti tensioni tra le due comunità, opportunamente fomentate dall’amministrazione britannica, e l’indipendenza dell’isola fu vincolata a un accordo che prevedeva la rinuncia da parte delle due comunità sia all’enosis sia alla taksim e la divisione delle funzioni governative e ufficiali tra Greco-Ciprioti e Turco-Ciprioti. Le violenze settarie, però, continuavano, e quando nel 1974 l’Arcivescovo Makarios, Presidente di Cipro dall’indipendenza, fu defenestrato da un golpe che mise al potere un fautore dell’enosis, l’esercito turco reagì occupando la parte settentrionale dell’isola, dove istituì la Repubblica Turca di Cipro Nord.

Negli anni Novanta, con il crollo del comunismo, i Balcani tornarono prepotentemente ad essere oggetto dell’attenzione turca, con Ankara che sostenne i Bosgnacchi di religione musulmana durante la Guerra in Bosnia nel 1992-95, gli Albanesi del Kosovo nella loro lotta per l’indipendenza e i Musulmani di Grecia (Tracia Occidentale) e Bulgaria nella loro organizzazione politica. La Turchia è molto attiva anche mediante il soft power, promuovendo film, serie televisive e la costruzione di moschee e centri islamici, e ovviamente come partner commerciale e per gli investimenti. Una presenza, quella turca, che fa discutere. Il peso degli interessi economici fa sì che l’ingresso della Turchia nella UE goda del sostegno anche di molti dei leader locali, come l’ex Primo Ministro bulgaro Bojko Borisov[26] e l’ex Primo Ministro greco George Papandreou[27]. Persino Alexis Tsipras, molto spesso critico nei confronti di Erdoğan e della sua politica estera e come ogni greco restio a parlare di “caffè turco”, ha recentemente definito “un errore strategico” l’interruzione delle trattative per l’adesione turca all’UE, voluta dalla Merkel per protesta contro le tendenze autoritarie del Sultano[28]. Ad eccezione degli Albanesi di religione cristiana, però, quasi tutti i popoli balcanici non-musulmani vedono Ankara con sospetto. Solo il 25% dei Greci, ad esempio, sostiene l’adesione turca all’UE[29], mentre nella vicina Bulgaria i rapporti con le minoranze turche resta una questione spinosa, e non pochi temono che la Mezzaluna, forte del suo crescente peso internazionale, cerchi di riannettere le regioni a maggioranza turca del Paese, o quantomeno di trasformarle in una sorta di “quinta colonna”. Belgrado, infine, è non poco risentita dal fatto che Ankara sia stata uno dei principali sponsor dell’indipendenza del Kosovo. Di tutt’altro avviso sono i Musulmani, specie i Bosgnacchi, molti dei quali tifano Galatasaray o Fenerbahçe e scelgono İstanbul per lavorare o completare i loro studi. Non pochi di loro, poi, hanno sostenuto Erdoğan nei concitati giorni del tentato golpe, memori del sostegno che il Sultano ha loro offerto in sede interna e internazionale (tra cui la campagna per il riconoscimento come “genocidio” del Massacro di Srebrenica).

Nel Levante e nel Nordafrica la reislamizzazione della politica estera turca è stata più tardiva, ma non per questo meno palese. Il primo segnale di questa tendenza è venuto dalla Palestina: la Turchia non ha mai disconosciuto l’esistenza dello Stato d’Israele, ma negli ultimi anni ha aumentato il suo sostegno al popolo palestinese, e nel 2010 l’attacco alla Freedom Flotilla, una nave che con il sostegno turco trasportava aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, ha creato una grave crisi tra Ankara e Tel Aviv, risolta solo di recente. Erdoğan, inoltre, ha condannato il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale d’Israele. Gli esiti più profondi, come è noto, si sono però avuti nei Paesi arabi che, a partire dalla fine del 2010, sono stati investiti da un’ondata di proteste note come Primavere Arabe. Dopo alcune iniziali esitazioni, la Turchia si è schierata a sostegno delle forze legate ai Fratelli Musulmani e contro i regimi laici che dominavano questi Paesi. In Egitto Erdoğan ha stabilito ottimi rapporti con l’ex Presidente Morsi, e non ha accettato di buon grado il golpe del 2013 che l’ha sostituito con il generale Al-Sisi. In Siria, dove le proteste si sono ben presto trasformate in una guerra dai contorni settari, la Mezzaluna ha sostenuto le forze sunnite di opposizione, ivi comprese quelle di stampo fondamentalista, sia contro il Presidente Assad, di fede alawita (sciita), sia contro le forze curde, di estrema sinistra e legate al PKK. A tutto ciò si aggiungono le minoranze turche (turcomanne), organizzate in battaglioni legati all’opposizione e sostenuti ovviamente da Ankara. Solo di recente, complici la parabola dell’ISIS e il successo dell’intervento militare russo, la Turchia ha mutato in parte la sua posizione.

La politica estera turca nella regione non è stata priva di un certo avventurismo. In Siria, la Turchia aveva puntato su una rapida caduta del regime siriano, senza tenere conto dell’eterogeneità del Paese e del sostegno di Iran e in particolare Russia; in Egitto, invece, non è stato riconosciuto il peso delle monarchie del Golfo, ostili ai Fratelli Musulmani, e della sostanziale spaccatura del Paese tra islamisti e fautori di uno Stato secolare. Due scommesse fallite, come dimostrano l’ascesa al potere di Al-Sisi – e la tenuta del suo regime – e la necessità di venire a patti con Russia e Iran sul futuro della Siria. Il popolo turco, o almeno la maggioranza dello stesso, sembra tuttavia continuare a supportare Erdoğan, e la transizione dall’atlantismo a una politica estera multivettoriale e neo-ottomana sembra destinata a continuare. Nella Turchia rifiutata dall’Europa e sempre meno influenzata dall’esercito, dopotutto, è in corso quel processo di indigenizzazione di cui parlava a suo tempo Huntington. La relativa democratizzazione della vita politica turca, non più costantemente minacciata da colpi di Stato, ha favorito l’ascesa di un leader che si richiama più all’Islam e al passato ottomano che non ai valori occidentali. Tutto ciò, unito al forte sviluppo economico vissuto dalla Mezzaluna negli ultimi anni, ha reso il Paese più sicuro di sé e scettico verso i valori occidentali, e le ripercussioni sulla politica estera turca sono state inevitabili.

Giuseppe Cappelluti ha una Laurea Magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo e ha ultimato un Master in Relazioni Internazionali di Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Ha trascorso periodi di studio a Tartu (Estonia) e Petrozavodsk (Russia). Collabora con Eurasia e con Planet360.info.

[1] L’unica variazione riguarda la municipalità di Didymotheiko (poco più di 500 chilometri quadrati), che nel 1915 fu trasferita dall’Impero Ottomano alla Bulgaria come ricompensa per la sua entrata in guerra al suo fianco. La municipalità fu poi trasferita alla Grecia a seguito della Prima Guerra Mondiale, e ora fa parte della regione della Macedonia Orientale e della Tracia.

[2] Mustafa Kemal, detto Atatürk (Padre dei Turchi), è il fondatore della Repubblica Turca.

[3] http://eu.greekreporter.com/2016/06/17/the-story-of-the-karamanlides-orthodox-turkish-speaking-people-native-to-anatolia/

[4] A scatenare il pogrom fu la notizia, poi rivelatasi falsa, di un attentato alla casa natale di Atatürk a Salonicco, per protesta alla quale furono organizzati  Il 6 settembre 1955, alla vigilia del pogrom, i futuri obiettivi erano stati marcati

[5] http://www.hurriyet.com.tr/the-turkification-of-turkey-10397767

[6] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Lo-sguardo-levantino-sul-Bosforo-80935

[7] L’adhan è il richiamo alla preghiera del Muezzin.

[8] https://euobserver.com/political/29016

[9] http://www.express.co.uk/news/world/702009/Turkey-join-European-Union-2023

[10] S.P. Huntington, Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale, Garzanti, Milano 1997, p.

[11] In epoca ottomana, la Valide Sultan e la Haseki Sultan erano rispettivamente la madre e la moglie del Sultano.

[12] http://www.pewforum.org/files/2013/04/worlds-muslims-religion-politics-society-full-report.pdf (Nota: nel caso della Russia, il sondaggio riguarda l’applicazione della shari’a nelle aree a maggioranza musulmana piuttosto che in tutto il Paese)

[13] S.P. Huntington, Op. cit., p. 223.

[14] http://www.limesonline.com/cartaceo/per-obama-questo-e-il-miglior-medio-oriente-possibile?prv=true

[15] http://www.bbc.co.uk/news/live/world-europe-36811357

[16] Con il termine “Ortodossi” si includono anche gli appartenenti alle Chiese Ortodosse Orientali, ossia i Copti, gli Armeni Apostolici e gli appartenenti alle Chiese Ortodosse Siriaca, Etiope ed Eritrea. A differenza dalle Chiese ortodosse propriamente dette, queste Chiese non riconoscono il Credo di Calcedonia del 451, che affermò l’esistenza di due nature distinte nella figura di Gesù Cristo e definì come eretiche dottrine quali il Monofisismo, che riconosce a Gesù soltanto una natura divina (tuttora seguita dagli Ortodossi Siriaci), e il Miafisismo, in base al quale le nature umana e divina di Gesù Cristo sono unite sebbene non miscelate (professata dalle altre Chiese di cui sopra).

[17] https://themoscowtimes.com/articles/eu-energy-chief-says-russias-turkish-stream-gas-project-wont-work-43174

[18] https://www.dailysabah.com/tourism/2017/12/07/turkey-eyes-record-number-of-russian-tourists-next-year

[19] http://english.ruvr.ru/2012_12_02/Putin-to-visit-Turkey-Overview-of-recent-Russia-Turkey-relations/

[20] https://www.rbc.ru/rbcfreenews/592e8a109a7947b85a6dab00

[21] https://www.nytimes.com/2017/09/12/world/europe/turkey-russia-missile-deal.html

[22] D. Hiro, Inside Central Asia, p. 96

[23] https://thediplomat.com/2015/12/whats-kazakhstan-role-in-calming-russia-turkey-tensions/

[24] https://ru.sputniknews.kz/economy/20170909/3195898/tureckie-holdingi-investiruyut-v-kazahstan-pochti-600-millionov-dollarov-ssha.html

[25] Nel dicembre 2015, a seguito della Crisi del Suchoj, cinque delle sei Repubbliche della Federazione Russa ad etnia titolare turcica affiliate al TÜRKSOY (Baschiria, Altaj, Tuva, Chakassia e Sacha-Jacuzia) hanno sospeso la loro partecipazione all’organizzazione. Rimangono nell’organizzazione tutti gli Stati indipendenti etnicamente turcici (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e ovviamente Turchia), la Repubblica del Tatarstan, affiliata alla Federazione Russa, la Gagauzia, in Moldavia, e la Repubblica Turca di Cipro Nord, attualmente priva di riconoscimento internazionale al di fuori di quello turco.

[26] http://www.balkaninsight.com/en/article/ottoman-past-dogs-sofia-ankara-relations

[27] https://wikileaks.org/plusd/cables/06ATHENS1475_a.html

[28] http://www.hurriyetdailynews.com/greece-warns-ending-eu-talks-with-turkey-a-mistake–117812

[29] http://news.bbc.co.uk/1/hi/4298408.stm

Posted by Redazione-Editors Planet360.info

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