Perestroijka Tropicale?

Immagine di copertina: Cuba e l’economia Cubana sono un puzzle da ricomporre, preferibilmente senza pregiudizi, includendo i rapporti, di sostegno o conflittuali, che la riguardano. Questo è importante se si vuol capire quale sarà il suo futuro e quanto l’isola potrà contribuire al bene della comunità umana o diventare un suo problema

PERESTROIJKA TROPICALE? TRA RIFORME E POSTCASTRISMO, L’INCERTO DESTINO DI CUBA.
Un’economista e una storica dell’economia danno diverse interpretazioni alle riforme economiche applicate sull’isola negli ultimi anni.
Analizziamo le riforme economiche in corso a Cuba presentando alcuni dati e, soprattutto, le opinioni di due studiosi esperti del Paese. Loro sono Carmelo Mesa-Lago, economista cubano che lavora a Pittsburgh, e Helen Yaffe, storica dell’economia che insegna a Glasgow. L’immagine che ne viene fuori è di un Paese che da una parte amplia le possibilità per le piccole imprese e dall’altra mantiene le briglie sull’economia al fine di evitare un’eccessiva accumulazione e concentrazione di capitale privato.

di Christian Dalenz

English

La Rivoluzione cubana ha fatto sognare milioni di persone con la sua promessa di società alternativa al capitalismo. E il sogno non è terminato nemmeno dopo il crollo dell’Unione Sovietica: Cuba e Fidel Castro sono rimasti lì a lottare.

Ma ora sta per caso finendo tutto? È giunto per Cuba il momento di abbandonare le pretese comuniste e fluttuare liberamente nel mercato internazionale?
Raúl Castro, fratello e successore di Fidel, e Miguel Díaz-Canel, a sua volta suo recente successore alla presidenza, stanno prendendo atto che occorre un cambiamento radicale del sistema, come già Gorbaciov nei primi anni ’90 in Unione Sovietica? Oppure le cose vanno avanti più o meno come sempre?

Cerchiamo di capirlo sentendo due esperti dell’economia del Paese: Carmelo Mesa-Lago e Helen Yaffe.

Foto: Fidel e Raúl nel 2001 durante un dibattito nell’Assemblea Nazionale

 

 

La Rivoluzione dei cuentapropistas —————————————-

Grafico Dati n. 1: andamento degli occupati (in migliaia) a Cuba tra il 2008 e il 2018 (fonte: ONEI, ufficio statistico cubano. N.B. dato del 2011 non disponibile)

Dopo l’abbandono al potere di Fidel Castro, che nel 2006 lasciò il comando della Rivoluzione al fratello Raúl (prima in maniera temporanea, poi ufficialmente dal 2008 al 2018), il Paese ha avviato una serie di riforme per dare maggiore libertà a chi vuole aprire una propria attività imprenditoriale. Il settore non statale nel complesso è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni. Il 12,1% dei lavoratori era nel settore privato nel 2008; nel 2018 la percentuale è salita al 21,1%. Il grafico 2 mostra questo andamento in valori assoluti.

Foto: Cosa fanno i “cuentapropistas”? Ad esempio riparano cellulari. Ma tra loro vi sono anche coloro che affittano case e camere e i ristoratori.

Se del cosiddetto settore non statale fanno parte anche le cooperative di lavoratori (più vicine a un’idea socialista di produzione), più specificatamente nel settore a capitale privato troviamo soprattutto lavoratori in proprio.

Questi ultimi vengono chiamati cuentapropistas, che in italiano suona più o meno come “chi vuole lavorare per contro proprio”: di fatto i cuentapropistas sono lavoratori autonomi. Loro c’erano anche prima che Raúl diventasse Presidente, ma con lui alla guida c’è stato un impulso maggiore alle liberalizzazioni.

Secondo l’Onei, l’ufficio statistico cubano, i cuentapropistas sono stati in costante aumento nell’ultimo decennio. Come mostra il grafico 3, se nel 2008 erano poco più di 141.000, il 2,8% del totale dei lavoratori cubani di quell’anno, nel 2017 sono diventati oltre 583.000, corrispondente al 13% degli occupati nella stessa annata; nel 2018 c’è stato un piccolo calo a 581.000 lavoratori (ancora all’incirca il 13% di tutti gli occupati). Interessante anche l’evoluzione del lavoro femminile in questo ambito. Nel 2008 c’erano 32.700 lavoratrici in proprio, nel 2018 sono diventate 197.200 (grafico 4); l’incidenza delle donne sul totale della forza lavoro cuentapropista è passata dal 23% al 33,9%.

Grafico dati n. 2: Occupati nel settore privato tra il 2008 e il 2018 (Fonte: ONEI, ufficio statistico cubano)

Queste evoluzioni risultano ancora più significative se consideriamo che, mentre il totale degli occupati calava, l’occupazione nelle attività del settore privato cresceva; dato che sottolinea ancora di più come l’economia cubana stia cambiando e come le attività imprenditoriali private stiano assumendo sempre più importanza al suo interno. Questi sviluppi possono essere osservati comparando i dati nei grafici 1 e 2.

Grafico dati n. 3: Crescita dei lavoratori in conto proprio (Fonte: ONEI, ufficio statistico cubano. N.B.: dato del 2011 non disponibile)
Grafico dati n. 4: Aumento delle donne che lavorano in proprio (Fonte: ONEI, ufficio statistico cubano. N.B.: dato del 2011 non disponibile)

 

 

 

Cubanologia o cubanisti? ————————————————

Foto: Carmelo Mesa-Lago, economista cubano che insegna a Pittsburgh, Pennsylvania.

«Ma questo tipo di attività imprenditoriali è caratterizzato da scarsa produttività», dichiara Carmelo Mesa-Lago, economista cubano che studia il Paese dall’Università di Pittsburgh (Pennsylvania, USA). «Sono 200 le professioni da cuentapropista autorizzate dal governo, ma si tratta soprattutto di piccoli servizi di pulizia, attività ricreative, vendite al dettaglio, attività di cura».

Niente di eccezionale, a suo avviso. «Oltretutto, i professionisti dipendenti dallo Stato come ingegneri, dottori e architetti non possono aprire una attività da cuentapropista! Questo è terribile, e sta generando insoddisfazione tra i lavoratori».

Inoltre, Richard E. Feinberg, in un libro di cui Mesa-Lago ha scritto una recensione, segnala che i cuentapropistas hanno problemi nell’ottenere credito e difficoltà a trovare i materiali; in generale, affrontano un clima commerciale difficile. Sempre secondo Feinberg, i lavoratori nel settore privato arrivano oggi anche al 40%, ma questa non è una cifra attendibile per Mesa-Lago.

Secondo altri resoconti, la tassazione per loro è troppo alta: anche fino al 40%, contro una media regionale del 27%. Ed ogni tanto la loro rabbia esplode, come per esempio durante le manifestazioni di proteste organizzate da artigiani e venditori nella città di Holguín nel 2014.

Ottantaquattro anni, esperto di sistemi pensionistici, Carmelo Mesa-Lago ha scritto più di 50 libri: per uno degli ultimi, Voices of change in Cuba from the non-State sector (University of Pittsburgh Press, 2018),  ha raccolto 80 interviste fatte a lavoratori e amministratori cubani.

Non simpatizza per il regime del Partito Comunista Cubano (Pcc), ma non al punto da passare al pensiero neoliberale. «Non sono un Chicago Boy; sono un keynesiano, così come diversi miei ex studenti. Ci chiamano PittBoys e siamo per una socialdemocrazia modello Scandinavia».  Nel suo Paese c’è tornato poche volte, dopo averlo lasciato pochi anni dopo la vittoria della Rivoluzione per motivi di studio; in tre occasioni gli è stato vietato l’ingresso in qualità di professore visitante. Ma garantisce che «molti miei colleghi si sono complimentati con me per i miei libri, perché sembrano essere stati scritti da un ricercatore che a Cuba ci vive».

Foto: Helen Yaffe, economista comunista e ricercatrice che insegna storia economica all’Università di Glasgow, Scozia.

Helen Yaffe, ricercatrice e insegnante di storia economica all’Università di Glasgow, non condivide la lettura di Mesa-Lago. «Le restrizioni alle attività in cuenta propria sono ancora molte con le nuove riforme, è vero. Ma esistono perché bisogna pensare anche ai diritti di tutte quelle persone che a conquistare il mercato non ci riescono». Alla London School of Economics di solito si va a studiare come fare soldi; lei no, c’è andata a studiare le idee economiche di Che Guevara («Cosa atipica», conferma la professoressa) per poi ottenere un dottorato con una tesi su questo argomento.  Dal suo interesse per il Guevara economista ha tratto un libro, Che Guevara: The Economics of Revolution (Palgrave MacMillan, 2009).

Mettere a confronto le analisi di Mesa-Lago e di Yaffe è interessante. La loro diversità di vedute rispecchia la differenza che secondo Yaffe esiste tra due filoni di studio su Cuba: quello della cubanologia, corrente critica verso il castrismo di cui Mesa-Lago sarebbe uno degli esponenti più rilevanti e Pittsburgh una storica roccaforte, e quello dei cubanisti, più vicino al governo rivoluzionario dell’isola, a cui Yaffe si ascrive.
Ma Mesa-Lago respinge questa dicotomia: «I politici cubani ci chiamavano sprezzantemente “cubanologi”, così come quelli sovietici chiamavano “sovietologi” gli studiosi dell’Urss che non condividevano le loro idee. Io ed altri miei colleghi abbiamo rifiutato quel termine e ci siamo denominati “cubanisti”. Tutto questo è documentato in diversi libri miei e di altri professori».

Perfino sulle definizioni, e non solo sulle valutazioni, il dibattito politico e accademico su quest’isola caraibica è ancora molto caldo.

 

Il Gran Debate degli anni ’60 (1960) e quello degli anni ‘10 (2010) ——-

Foto: Ernesto “Che” Guevara De la Serna

A proposito di dibattiti. A Cuba tra il 1963 e il 1965 se ne svolse uno importante, Il Gran Debate, che vide in contrapposizione da una parte marxisti come Ernesto “Che” Guevara e il belga Ernest Mandel e dall’altra marxisti di diversa corrente di pensiero come il cubano Carlos Rafael Rodriguéz e il francese Charles Bettleheim. Il Che era convinto che bisognava eliminare le radici del sistema capitalista sin dall’inizio del processo rivoluzionario.  Il punto fondamentale per procedere verso questo obiettivo era a suo avviso la pianificazione dell’economia da parte dello Stato; non certo una caratteristica del solo comunismo, visto che tutte le economie dell’Ovest l’hanno sperimentata almeno parzialmente dopo la seconda guerra mondiale applicando ricette keynesiane. Ma per Guevara e altri marxisti la pianificazione può anche rappresentare l’inizio di una completa socializzazione della produzione.

La Giunta per la Pianificazione (Juceplan) avrebbe calcolato la quantità di fondi da erogare alle imprese socializzate, in accordo con le stesse, per la produzione di beni; esse non avrebbero avuto la possibilità di finanziarsi sul mercato e attraverso il sistema bancario. Per questo, il nome scelto per questo modello fu Sistema Budgetario di Finanziamento: il budget delle unità produttive era appunto stabilito dal piano centrale statale. Tutti i profitti sarebbero stati depositati in un conto del Ministero dell’Industria per poi essere di nuovo distribuiti alle imprese pubbliche secondo il budget stabilito, che veniva basato sulle priorità sociali della produzione. Questo significava anche che parte dei profitti sarebbero stati distribuiti a imprese in perdita, se ritenuto giusto.
Tra di loro le imprese pubbliche, considerate parte di un unico sistema e perciò interdipendenti, non si sarebbero scambiate i beni necessari alla produzione con la compravendita, ma piuttosto in maniera gratuita, seguendo solo un principio di necessità produttiva e non di profitto. In un tale sistema sarebbe sopravvissuta la forma merce solo nella successiva vendita dei prodotti finali ai lavoratori; e all’interno di essa, così come nel commercio con i Paesi capitalisti, sarebbe rimasta temporaneamente in vigore anche la legge della domanda e dell’offerta tipica di un sistema di mercato. Ma questo solo in una fase di transizione: l’obiettivo era eliminare anche questa forma del capitalismo per giungere infine alla realizzazione del comunismo.  Nelle idee del Che, il sistema integrato di imprese pubbliche non era che un primo passo per eliminare le categorie della società capitalista al fine di trasformare gli stimoli alla produzione, passando dagli incentivi economici a quelli morali, e di conseguenza costruire un’autentica società comunista fondata su una nuova coscienza collettiva e nuove relazioni sociali di produzione. Turni di lavoro volontario vennero inoltre introdotti dal Che per instillare la solidarietà e gli stimoli morali tra i lavoratori cubani e fomentare così il nuovo modello di società basato sull’Uomo Nuovo, concetto teorico per il quale il Che è ben noto.

Dall’altra parte del dibattito, come dicevamo, si trovavano economisti marxisti che ritenevano che il progetto di Guevara non avrebbe funzionato: per loro era piuttosto necessario, ai fini di un sistema economico efficiente, stabilire l’autofinanziamento delle imprese in stile sovietico, seppure all’interno di un piano di produzione generale.

Per il Che questa sarebbe stata invece una fatale concessione al capitalismo, che a lungo andare ne avrebbe provocato il ritorno. Vista la fine dell’Urss, potremmo ipotizzare che questa conclusione non fosse assurda.

Foto: Carlos Rafael Rodriguéz, economista cubano, sosteneva le ragioni dell’applicazione del sistema economico sovietico

Dopo che nel 1965 il Che partì da Cuba per una nuova guerriglia nel Congo, il sistema economico cubano diventò più aderente alle prescrizioni sovietiche.
Ma Helen Yaffe è convinta che i dirigenti comunisti cubani non abbiano affatto dimenticato il pensiero economico del Che, nemmeno in questa fase di nuovo Grande Dibattito. «Nei 60 anni di storia della Rivoluzione il pendolo della politica economica cubana a volte si è avvicinato al pensiero economico del Che ed altre se ne è invece allontanato, a seconda delle circostanze. Ora assistiamo ad un nuovo allontanamento, dovuto alla necessità di attrarre il capitale straniero, il quale va comunque sottomesso a condizioni stringenti e sorvegliato dal consiglio dei ministri cubano». L’isola è intenzionata ad aprirsi agli investitori stranieri, unico modo di far ricevere i capitali di cui ha bisogno, «ma vuole controllarne il management e i movimenti di denaro e tecnologia», spiega la professoressa.

Foto: Campagne cubane

Un dibattito che è stato peraltro ampliato a tutta la popolazione cubana. «La partecipazione popolare alle decisioni è da sempre lo stile di Cuba. Anche le linee guida del piano di riforme economiche è stato discusso da quasi la totalità della popolazione cubana, e a seguito di questo passaggio il 68% della bozza iniziale è stato modificato nel 2011», spiega ancora la docente di Glasgow. «E con la successiva consultazione del 2016, questa volta ristretta a circa un milione e 600.000 persone, si è arrivati attraverso un documento simile riguardante lo sviluppo economico ad una modifica del 92% del piano originale presentato nel 2007».

Taglio della canna da zucchero (fonte:

Per Mesa-Lago ««l’attuale sistema economico sembra simile al modello sovietico: qualche concessione al privato, ma un piano statale ancora molto forte». Oltre alla liberalizzazione per i cuentapropistas, c’è oggi anche la possibilità di ottenere in usufrutto un pezzo delle terre appartenenti allo Stato e di goderne dei profitti; ma ciò all’interno di un processo ancora troppo ingabbiato da regole e burocrazia, sostiene l’economista di Pittsburgh. Ai coltivatori viene imposta la vendita di una buona parte dei loro prodotti (il 70%) allo Stato, e secondo Mesa-Lago ciò avviene per lo più ad un prezzo troppo basso; una politica che a suo avviso non incentiva il miglioramento della produttività.

Nel 2013 questa pratica, denominata acopio (accumulazione), era stata abolita in tre delle quindici province del Paese (La Habana, Artemisa e Mayabeque), ma nel 2017 è stata ripristinata anche in quelle zone.

C’è anche la possibilità di effettuare compravendite di auto e case. Il settore immobiliare è aperto dal 2011 alle transazioni private, e si stima che ne avvengano circa 100.000 all’anno.

Si possono aprire negozi e ristoranti privati, ma non si possono sviluppare delle catene.
«Ci sono due ristoranti importanti, StarBien e Hurón Azul, le cui filiali sono state chiuse nonostante procurassero un importante indotto a tutta la zona in cui si trovavano. Li hanno fermati con le scuse più disparate, in particolare quella di evitare che prendessero il controllo di tutta la ristorazione nelle rispettive aree; esisteva anche una competizione con le attività dei vicini ristoranti di proprietà pubblica», racconta Mesa-Lago.
Questo tipo di politiche viene applicato in memoria di uno degli assunti teorici più importanti delle teorie di Karl Marx, ovvero quello della concentrazione dei capitali: il libero gioco del mercato tenderà prima o poi alla formazione di monopoli posseduti da pochi grandi capitalisti. Per questo motivo il governo cubano blocca lo sviluppo imprenditoriale: i monopoli esistono, ma sono di proprietà statale.

Per capire meglio la differenza tra i monopoli privati e quelli statali, ecco come la Yaffe descrive le possibili alternative paradigmatiche nella politica economica: «Ci sono due modi diversi di organizzare il prodotto sociale, ovvero attraverso lo scambio del mercato o attraverso la pianificazione. Il modello organizzativo è fondamentale per stabilire come la società dovrebbe distribuire ciò che si produce. E’ una questione anche di potere: o lo si dà al capitalismo o allo Stato socialista. O lo si esercita nell’interesse dei capitalisti o secondo principi sociali».

Si può dire che le attuali liberalizzazioni rappresentino un tentativo di decentralizzare la produzione verso il settore privato, seppure in maniera limitata. Esplicita la ricetta alternativa proposta da Mesa-Lago: «Questo processo potrebbe causare forti diseguaglianze, ma colpiamo le nuove imprese con le tasse piuttosto che evitare che ce ne siano di più. A Roma un imprenditore bravo con le trattorie ne può avere più di una, ed è giusto così!». Quale esempio più gradevole poteva proporre l’economista di Pittsburgh per spiegare la sua fiducia nel libero mercato ad un romano come me!

«I limiti al cuentapropismo sono necessari se si vuole evitare il ritorno del capitalismo. Se il governo lasciasse gli imprenditori diventare troppo forti, crescerebbero le diseguaglianze e le relazioni di classe a Cuba cambierebbero. Questo minaccerebbe la possibilità da parte dello Stato di distribuire le risorse seguendo obiettivi di benessere sociale».
A questo ragionamento di Yaffe sottende, come si può capire, la complessa analisi del capitalismo che Karl Marx ci ha lasciato nella sua opera maestra, Il Capitale. 

Con lei finiamo persino per toccare una questione esistenziale cruciale: perché si lavora? «Ci hanno insegnato che l’unico motivo per produrre è il profitto. Il socialismo, ovvero la produzione per fini sociali, quasi non esiste per il mondo occidentale. A Cuba invece sì».

Secondo Mesa-Lago il modello cubano non ha avuto successo, almeno nel campo della produzione. «La Rivoluzione in economia è stata un disastro. Fidel non è stato coerente nelle sue idee: ad esempio, negli anni ’70 puntava al raggiungimento di quote di raccolte di zucchero assolutamente irrealistiche, che infatti non venivano raggiunte. L’isola è sempre stata dipendente da una potenza straniera, prima dall’Urss e poi dal Venezuela».Dunque, nonostante abbia lottato duramente contro l’imperialismo statunitense, Cuba «non ha fatto le necessarie trasformazioni alla propria economia per diventare realmente sovrana».

Oltre a quelli relativi allo zucchero (la cui produzione è molto inferiore rispetto agli anni ’80 secondo dati forniti da Mesa-Lago), stando all’Onei, l’ufficio statistico cubano, i principali prodotti manifatturieri nel 2018 sono stati il petrolio raffinato (lavorato a partire dal greggio ricevuto prima dall’Urss e poi dal Venezuela), i sigari («la cui produzione è però in tendenziale discesa dagli anni ‘80», spiega Mesa-Lago), prodotti farmaceutici (di cui pure mancano in circolazione alcune tipologie), prodotti in legno e libri.

Grafico dati n. 5: Esportazioni di beni da Cuba nel 1964, quando Guevara era Ministro dell’Industria. All’84% erano composte da zucchero di canna o raffinato, e solo al 2,6% da sigari. Dati: “Osservatorio della complessità economica” e “Mit University”.

Grafico dati n. 6: Esportazioni di beni da Cuba nel 2017. Al 36% sono composte da zucchero grezzo (Raw Sugar), al 19% da tabacco lavorato (Rolled Tobacco), al 10% da nickel, al 7,8% da superalcolici e al 4,6% da petrolio raffinato. Dati: “Osservatorio della complessità economica” e “Mit University”.

Grafico dati n. 7: Destinazione delle esportazioni di Cuba nel 2017. In rosso quelle asiatici, in viola quelle europei, in verde i sudamericani, in blu i centroamericani, in arancione quelle oceaniche, in giallo quelle africani. I tre principali ricevitori  sono, nell’ordine: Cina, Spagna e Germania (dati: Osservatorio della complessità economica)

Per quanto riguarda il commercio estero, lo zucchero di canna non ha più la grande quota di esportazioni che, come testimonia il grafico 5, aveva una volta; nel corso del tempo Cuba ha cominciato a inviare all’estero, specialmente dagli anni ’80 e più recentemente (grafico 6), anche altri prodotti come pesce, nickel e petrolio raffinato (anche se negli anni ’90 fino al 2002 lo zucchero è diventato di nuovo predominante nelle esportazioni di beni). Dagli ultimi anni del decennio ’90, comunque, le esportazioni di servizi come quelli relativi al turismo e all’assistenza medica da parte di dottori sono state quelle principali.
“Ma il problema rimane il fatto che Cuba è sempre dipesa dai sussidi da parte di altre nazioni: lo zucchero veniva comprato dall’Urss a sette volte il prezzo medio sul mercato mondiale e il nickel a un prezzo superiore al 50% della stessa media; il Venezuela oggi paga allo Stato cubano sette volte il salario di un dottore venezuelano per ciascun medico cubano nel proprio Paese”, spiega Mesa-Lago.

Di recente è sorto un problema con i medici che Cuba inviava da qualche anno in Brasile all’interno di un programma di cooperazione istituito nel 2013: il presidente carioca Jair Bolsonaro ha posto una serie di limiti e imposizioni che dai Caraibi non hanno accettato, e i medici torneranno quindi sull’isola. Allo Stato caraibico spettava circa il 75% dello stipendio ottenuto in Brasile (cosa non più gradita a Bolsonaro che ha richiesto che i medici ricevessero la paga piena), ma anche così i dottori e le dottoresse cubane guadagnavano fino a dieci volte il salario ottenuto in patria. In Brasile, stando alle ultime cifre disponibili, non si è ancora riusciti a rimpiazzare la diminuzione di migliaia di medici in servizio che la decisione di Bolsonaro ha provocato.

Il giudizio generale sulla pianificazione economica è negativo per Mesa-Lago: «L’esperienza mondiale dice che l’economia centralizzata fallisce. Raccogliere informazioni e processarle in maniera centralizzata è molto difficile, vista la velocità con cui si muovono. Nessun Paese al mondo tranne Cuba e forse la Corea del Nord, ci prova ancora».

Altro problema del sistema pianificato cubano per lui è quello degli incentivi al lavoro: «Se non mi viene proposto di essere pagato di più per ciò che faccio, non sono motivato a fare meglio. I livelli della politica salariale di Cuba non incentivano a permanere nei posti di lavoro. Il Pil per capita è inferiore alla qualificazione della forza lavoro».
C’è però da dire che a giugno di quest’anno il governo cubano ha cercato di migliorare la situazione, alzando il salario minimo nel settore statale (esclusi i lavoratori delle imprese pubbliche, che già hanno beneficiato di vari bonus) da 225 pesos cubani (Cup) (8,50$/7,65€) a 400 pesos (15,10$/13,56 euro); ciò porta il salario medio del dipendente pubblico da 777 (29,30$/26,43€) a 1065 pesos (40$/36€).

A Cuba ormai vendono i loro prodotti anche Adidas, Puma e Rebook, ma sono prodotti che possono comprare solo i turisti, gli imprenditori ricchi  e i cubani che ricevono rimesse dall’estero; lo stipendio medio non è sufficiente [n.d.r. 4: Flavio Bacchetta, Cuba, le Nike in vetrina e i salari da fame. La libertà a L’Havana è ancora per pochi, Il Fatto Quotidiano, 6/6/18 ]. Le scarpe Nike possono costare 127 pesos cubani convertibili (Cuc), i jeans Diesel vengono 120 Cuc: un lavoratore dipendente ne guadagna 40 al mese (tra poco ci addentreremo nella questione della doppia valuta cubana per capire meglio la differenza tra il Peso ordinario, il Cup, e il Peso convertibile, il Cuc) .

Eppure l’economista di Pittsburgh non butterebbe via tutto: «La parte sociale è stata buona: si è raggiunta l’eliminazione dell’analfabetismo, l’educazione a tre livelli, la medicina. Cuba era avanti in questi settori rispetto a diversi Paesi dell’Urss e occidentali. Ma la crisi subita durante il Periodo Especial [n.d.r. 5: Il Periodo Especial è un periodo di crisi economica di alcuni anni che seguì alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Fu così chiamato perché, a causa della fine degli aiuti sovietici, per la prima volta Cuba cominciò ad aprirsi agli investimenti esteri e in particolare nel settore del turismo] non ha permesso che Cuba potesse mai tornare ai livelli degli anni ’80. Aver inviato medici in tutto il mondo, inoltre, ha fatto ridurre l’accesso alla medicina del Paese».

Questa distinzione tra l’economico e il sociale è impossibile per Yaffe, come abbiamo visto. Inoltre lei ha scritto un libro sulla Cuba post-Urss (We are Cuba! How a revolutionary people have survived in the post-Soviet world, YaleBooks, 2020) dove non ha una lettura esclusivamente negativa del Periodo Especial. «In quel difficile momento lo Stato ha assunto più persone per scopi sociali e politici. Il contrario di quello che si è fatto nell’Europa dell’austerity».

Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, quando ha visitato Cuba, ha detto che gli abitanti dell’isola sono pronti alla nuova economia e al salto tecnologico in arrivo. Questo a suo avviso perché, come ha riconosciuto lo stesso Mesa-Lago, i risultati a livello di istruzione sono stati buoni. Ma l’economista di Pittsburgh crede che purtroppo la situazione odierna sia critica, e che Stiglitz abbia qualche torto. «La forza lavoro qualificata non è ben remunerata e quindi non incentivata; c’è stata una forte riduzione del personale docente; la capacità tecnica dell’industria agricola si è ridotta molto e ciò contribuisce alla perdita di posti di lavoro. C’è una forte necessità di investimenti diretti esteri». A tal proposito Mesa-Lago cita un articolo del suo collega Juan Triana, pubblicato su OnCuba (testata che, come vedremo più avanti, ha visto la sua pubblicazione a Cuba minacciata dal governo) che critica gli argomenti di Stiglitz rispetto all’isola.

 

Il futuro delle riforme ——————————————————

Che cosa dovrebbe fare dunque Cuba adesso? Proseguire sul sentiero delle riforme avviate?

Mesa-Lago  dà la sua ricetta: «Sull’isola si dovrebbe andare verso un modello misto, dove lo Stato e il privato giochino alla pari, come in Cina e Vietnam. Questi sono Paesi che hanno al potere partiti comunisti, ma ciononostante sono stati applicati cambiamenti che hanno davvero dato maggiori libertà ai propri cittadini e aperto agli investimenti esteri; Cuba è molto indietro in questo senso. Inoltre credo che i servizi sociali debbano essere pubblici e di libero accesso, ma non completamente gratuiti, perché i ricchi dovrebbero pagarli».  Ma anche qui lascia spazio all’iniziativa privata. «Cooperative di insegnanti potrebbero aprire scuole private. L’unico dubbio che ho su questo punto è che spesso in America Latina l’iniziativa privata ha finito per creare scuole di serie A e di serie B. Questi sono effetti da evitare e si dovrà lavorare per farlo».

Mappa: Interscambio con Cuba 2016 (fonte: treccani.it)

Oppure si potrebbe tornare indietro ad una pianificazione centralizzata, modello Guevara, e al suo Sistema Budgetario?

«Difficile», dice Yaffe. «L’economia cubana oggi ha aperto ormai molto spazio al privato e ai meccanismi del mercato, mentre il Sistema Budgetario necessita una forte statalizzazione della produzione. In Venezuela sono stata consultata in proposito e ho spiegato che anche lì non è possibile al momento, data la predominanza degli interessi privati».

C’è poi la questione dell’abbandono della doppia valuta. È dai tempi del Periodo Especial che Cuba commercia internamente con il peso cubano (Cup) e con l’estero con il peso cubano convertibile (Cuc). Il Cuc si scambia con circa 20-25 Cup e con un 1 dollaro.
Il sistema era stato introdotto per estirpare il mercato nero della valuta, ridurre la liquidità in circolazione, rendere la vita più facile a investitori esteri e turisti.
Ma il governo cubano e i due esperti che abbiamo sentito per questo articolo concordano sul fatto che è necessario tornare alla moneta unica per avvantaggiare gli esportatori interni.

Nel frattempo, è stato reintrodotto l’uso del dollaro, attraverso l’apertura di nuovi “negozi statali” che vendono beni ad alto consumo nella valuta statunitense (ma si potrà comprare solo attraverso carte di credito). La mossa è stata giustificata dalla necessità di evitare la fuga di capitali in divisa straniera forte di cui il Paese ha bisogno per importare altri beni.

Oltre alla questione della valuta unica e alla necessità della fine dell’embargo imposto dagli Stati Uniti, non è stato possibile trovare altri punti di accordo tra le analisi di Mesa-Lago e Yaffe.

 

I rapporti con gli Stati Uniti ————————————————

Mentre nella diagnosi di Mesa-Lago c’è un’accusa al governo per la responsabilità di questa situazione, per Yaffe la vera causa è sempre quella: l’embargo statunitense.

«E’ un danno tremendo all’isola, una terribile misura che ancora oggi procura gravi danni». Per farci capire quanto peso gli Stati Uniti danno ancora alla questione, ci spiega che «l’Ufficio del ministero del Tesoro statunitense per il controllo delle proprietà straniere ha più persone che lavorano per controllare le transazioni cubane di quelle che impiegava per tenere sott’occhio i movimenti di denaro di Bin Laden».

Neanche Mesa-Lago gradisce el bloqueo, il blocco: «È dal 1968 che dico che è stata una decisione catastrofica. Io vorrei una Cuba democratica, ma anche sovrana: libera da ingerenze estere e di commerciare con chi vuole”.

Vignetta: L’ONU chiede agli USA la fine dell’embargo contro Cuba, inascoltata da anni (disegno di Latuff, 1007)

L’abbandono dell’embargo contro Cuba è una richiesta avanzata da quasi tutto il mondo. Ogni anno dal 1992, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede agli Stati Uniti di rimuoverla. L’ultima volta, la ventottesima, è stata il 7 novembre 2019, pochi giorni prima che questo articolo fosse pubblicato. Negli anni precedenti solo gli Stati Uniti e Israele (storico alleato degli americani in questa e altre questioni geopolitiche) erano contrari, ma quest’anno, per la prima volta in assoluto, anche il Brasile, ora guidato da Jair Bolsonaro, ha votato contro la rimozione dell’embargo. La Colombia (che critica Cuba per non aver restituito tre ribelli colombiani) e l’Ucraina si è astenuta, mentre la Moldavia non ha partecipato al voto. Il traffico di ambasciatori a Washington convocato nelle ultime settimane negli uffici del Segretario di Stato americano può far immaginare a chiunque cosa sia successo. Ciò che conta in realtà è che il voto degli Stati Uniti è come sempre stato decisivo, perché gli Stati Uniti sono uno dei soli 5 paesi che all’ONU detengono un potere di veto che può bloccare qualsiasi decisione, anche se unanime, di tutti gli altri paesi.

La stessa Onu stima in 130 miliardi di dollari il danno complessivo patito da Cuba in più di sei decenni per via del blocco finanziario e commerciale.

Foto: Lo storico incontro tra Barack Obama e Raúl Castro all’Avana nel 2016

Tutto ciò ci porta ad una delle questioni principali che vanno affrontate quando si parla di Cuba: il rapporto con gli Stati Uniti. Anche su questo punto, escludendo la  necessità della rimozione dell’embargo su cui concordano, i due esperti da noi consultati hanno letture molto diverse sulle evoluzioni più recenti. «Obama ha fatto tutto quello che era possibile fare per recuperare le relazioni diplomatiche, politiche ed economiche con l’isola. Potevano essere messe in campo misure che estendessero anche molto di più le relazioni bilaterali, ma non sono state fatte perché i democratici non avevano il Congresso sotto controllo».  Così la pensa Mesa-Lago.

Helen Yaffe, invece, non crede al racconto mainstream secondo il quale Obama stava praticamente diventando amico della Cuba socialista.
Per evidenziare come le aperture della sua presidenza fossero in realtà timide, ci spiega che Obama «ha permesso alle compagnie statunitensi di operare a Cuba ma non il contrario. Gli accordi erano più che altro diplomatici e, quando economici, relativi alle comunicazioni, ai voli tra i Paesi e alla sicurezza. Le questioni di fondo, ovvero la rimozione dell’embargo e le compensazioni che gli Usa richiedono a Cuba per le nazionalizzazioni delle imprese americane fatte sull’isola negli anni’60, non erano state toccate».

Cosa può succedere adesso con Trump a capo degli Usa? «E’ un grande traditore», dice chiaramente Mesa-Lago. «Vuole distruggere tutto quello che ha fatto Obama, compresa l’evoluzione nei rapporti con Cuba. Forse il suo problema è che c’è rimasto male per non essere riuscito ad aprire un hotel sull’isola». In effetti, come rivelato dal settimanale Newsweek, Trump in veste di imprenditore nel 1998 pagò un’impresa di consulenze per verificare la possibilità di fare affari sull’isola, facendo risultare il pagamento alla stessa impresa come donazione di carità collegata alla Caritas per aggirare l’embargo. L’idea era quella di mettersi in posizione di vantaggio qualora le sanzioni per chi commercia con Cuba fossero state rimosse.

Helen Yaffe spiega che inizialmente la situazione non sembrava essere cambiata molto con Trump al potere. Nei primi tempi della sua amministrazione, infatti, «Ha fatto compilare una lista di compagnie cubane con le quali gli Usa non potranno commerciare, ma ha lasciato che gli affari già in corso possano continuare. Ha sostanzialmente bloccato ulteriori sviluppi alle relazioni economiche».

Ma recentemente  l’amministrazione Trump ha attivato il capitolo III della legge Helms-Burton sull’embargo; ciò consentirà ai cittadini statunitensi (anche a cubani che hanno ormai acquisito la nazionalità nordamericana) di citare in giudizio le compagnie straniere che operano in proprietà  confiscate a loro o a loro parenti dopo la Rivoluzione. Potrebbero essere aperte cause persino per recuperare l’aeroporto internazionale Jose Martí di L’Avana e contro Pernod Ricard, la fabbrica che in joint venture con lo Stato cubano produce il rum Havana Club!
L’Unione Europea ha condannato questa mossa, visto che potrebbe ledere gli interessi delle imprese del nostro continente.

Trump ha inoltre bloccato le crociere verso Cuba, che erano state permesse da Obama e che erano velocemente diventate il principale mezzo di trasporto per i turisti in visita sull’isola. Infine, è stato posto un limite di 4000 dollari alle rimesse verso l’isola: «Questa però è una misura più facile da eludere», rivela Mesa-Lago.

 

Il nuovo presidente cubano ————————————————

Foto: Miguel Díaz-Canel, attuale, presidente di Cuba

Da un anno e mezzo il timone del Paese non è più in mano a Raul Castro. Lui conserva ancora poteri importanti, essendo rimasto segretario generale del Partito Comunista Cubano (Pcc) e generale dell’esercito. Ma non è più la prima carica dello Stato.
«Raúl rimarrà sul fronte dell’avanguardia politica. Cuba ne ha bisogno», ha detto Miguel Díaz-Canel nel suo primo discorso da leader.

 

Cinquattotto anni, è dal 19 aprile 2018 il nuovo Presidente del Consiglio di Stato e Presidente del Consiglio dei Ministri.

Díaz-Canel è nato e cresciuto nella provincia di Villa Clara, nella cui capitale, Santa Clara, si svolse una delle battaglie fondamentali della Rivoluzione contro Batista e dove il ruolo di Guevara come comandante di guerra fu cruciale. «C’è stato addirittura un incontro tra il Che e il nuovo Presidente quando Díaz-Canel era bambino», rivela Yaffe.  «Lo ammira, non so quanto ne conosca le idee, ma in pubblico si presenta comunque come comunista», come lo era il Che.

Santa Clara è riconosciuta oggi come una delle città più “liberal” di Cuba: abbondano i locali notturni, tra cui El Mehunche, locale notturno dove si può assistere a concerti rock e a spettacoli di gay e transessuali, la cui fondazione è stata promossa dallo stesso Díaz-Canel.

Ingegnere elettronico per formazione, Díaz-Canel è stato dirigente della Gioventù Comunista, dirigente provinciale del Pcc e più avanti ministro dell’Istruzione con Raúl alla presidenza del Paese.
Secondo Mesa-Lago, «è importante che ci sia stato comunque un cambiamento rispetto all’epoca dei Castro al potere. Mi sembra un uomo umile, lo vediamo andare in giro in bicicletta per esempio. In passato si era anche espresso per una maggiore libertà di stampa, ma è preoccupante l’episodio in cui se la prendeva con “OnCuba” e “Cuba Posible“».  Qui Mesa-Lago si sta riferendo alle due testate d’informazione che Díaz-Canel ha infatti minacciato di censurare – ed in particolare OnCuba – prima di diventare Presidente. «Non importa che ci accusino di essere dei censori. In tutto il mondo si fa censura», si difendeva così Díaz-Canel.

Cuba Posible è un blog che ha ora chiuso le sue pubblicazioni per via di pressioni da parte di “istituzioni potenti”. Mesa-Lago rivela infatti che «il governo di Díaz-Canel ha esercitato pressioni su Norvegia e Spagna affinché smettessero di finanziare Cuba Posible, oltre a vietare ai professori sull’isola di scrivere su questa piattaforma».
Una preoccupazione importante è derivata anche da un decreto (uno dei primi dell’era Díaz-Canel) che ha lo scopo di controllare ed eventualmente censurare la produzione culturale. Il governo ha promesso di gestire la misura in collaborazione con gli artisti e al solo scopo di proibire i prodotti “volgari, offensivi e mediocri”.
Mesa-Lago rivela infatti che «il governo di Díaz-Canel ha esercitato pressioni su Norvegia e Spagna affinché smettessero di finanziare Cuba Posible, oltre a vietare ai professori sull’isola di scrivere su questa piattaforma».
Una preoccupazione importante è derivata anche da un decreto (uno dei primi dell’era Díaz-Canel) che ha lo scopo di controllare ed eventualmente censurare la produzione culturale. Il governo ha promesso di gestire la misura in collaborazione con gli artisti e al solo scopo di proibire i prodotti “volgari, offensivi e mediocri”.

L’atto più rilevante avvenuto durante la sua presidenza è comunque stato, finora, l’ingresso in vigore della nuova costituzione. Discussa in 135.000 assemblee e rinnovata con emendamenti popolari (ad esempio, si è reintrodotta la parola “comunismo” nel preambolo dopo che era stata inizialmente omessa), è stata poi approvata dall’86% dei votanti lo scorso febbraio.

Garantisce nuove libertà economiche ai propri cittadini e accetta gli investimenti esteri; ma nonostante il tema fosse sul tavolo, non permette ancora in maniera esplicita il matrimonio omosessuale, pure caldeggiato nientemeno che dalla figlia di Raúl Castro, Mariela. «L’intenzione però è di emanare un nuovo codice familiare che consenta in maniera inequivocabile i matrimoni per persone dello stesso sesso», spiega Yaffe.

Con la nuova costituzione, Díaz-Canel ha assunto la carica appena creata di “Presidente della Repubblica”. Si attende a breve che egli nomini il primo ministro e i titolari dei ministeri.

 

Conclusioni —————————————————————–

«In questa legislatura non ci sarà spazio per una restaurazione del capitalismo. Difenderemo la Rivoluzione e continueremo il perfezionamento del socialismo», ha detto Díaz-Canel durante il suo primo discorso da Presidente in parlamento.

Sembrerebbe proprio che si stia andando nella direzione di un socialismo democratico che tutto sommato il mondo ha già visto, con imprese pubbliche forti che lasciano però libertà ai privati di fare le loro attività, a cui forniscono anche materie prime o i necessari servizi.

Purtroppo, gli Stati Uniti in questo momento storico ancora non stanno collaborando con questi sviluppi.

E per quanto riguarda la libertà di espressione, sembra che lo stop a quelle che vengono chiamate “attività controrivoluzionarie” continuerà come prima. Allo stesso tempo, nonostante le varie aperture di Cuba al commercio, i rapporti storicamente difficili con gli Stati Uniti restano tesi.

«Diciamolo apertamente: la Rivoluzione prosegue, vestita in tuta militare e disposta a tutti i combattimenti», è comunque stata la promessa del nuovo capo di Stato.

 ____________________

Christian Dalenz

Christian Dalenz è giornalista professionista. Ha collaborato con Agi, L’Espresso ed altre testate. Laureato in economia, ha incentrato i suoi studi in questo campo sulle politiche di austerità nell’Unione Europea e sul modello economico della Bolivia. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Planet360.info.
https://www.facebook.com/articolidalenz/

Dati dall’ufficio statistico cubano e dall’Oec (Osservatorio della Complessità Economica, Mit University), elaborazioni dell’autore basata sulle ultime stime disponibili.

Bibliografia

  • Autori vari, Cuba Posible, numero 35: Invitación para leer Carmelo Mesa-Lago, 2016.
  • Carmelo Mesa-Lago, Institutional changes of Cuba’s Economic-Social Reforms, contenuto in  Cuba’s economic changes in comparative perspective, edito da Thomas E. Feinberg e Ted Piccone. Brookings Institution, 2014
  • Carmelo Mesa-Lago, The emerging non-state sector in the Cuban economy, Latin American Research Review, 2016.
  • Helen Yaffe, Ernesto ‘Che’ Guevara: socialist political economy and economic management in Cuba, 1959-1965. London School of Economics, 2014
  • Luciano Vasapollo, Efrain Echevarria H, Alfredo Jam M., “Che” Guevara economista. Attualità del dibattito sulla transizione tra Cuba e Urss. Jaca Book, 2007
  • Carlos Tablada, Che Guevara. Economia y politica en la transicion al socialismo. Pathfinder, 2010 (Prima edizione 1997).

Posted by Guido De Simone

Post correlati