Un popolo senza radici e cultura non ha ne’ forza ne’ futuro, perciò si domina meglio

Tutto parte da un incontro strategico tra accademici di Italia e Russia organizzato a Roma il 24 settembre dalla Accademia SAPIENTIA ET SCIENTIA presso il Centro Russo di Scienza e Cultura, per discutere i possibili ulteriori passi dopo il riavvicinamento tra Cristiani Cattolici ed Ortodossi, culminato il 12 febbraio scorso con l’incontro a Cuba tra Papa Francesco ed il Patriarca russo Kiril.

Per approfondire il tema dell’incontro tra le due culture è stato chiesto un contributo al Prof. Eugenio Gaudio, rettore della più grande università d’Italia e d’europa, “La Sapienza di Roma, sul legame tra Cultura ed Educazione. Ne è venuta fuori una lucida analisi che può gettare le basi per il rilancio dell’educazione pubblica.

di Guido De Simone

Roma, 24 settembre 2016 – in occasione della sua Assemblea Plenaria degli Accademici, l’Accademia SAPIENTIA ET SCIENTIA ha invitato esperti e studiosi di Russia ed Italia per affrontare un tema delicatissimo: “QUANDO SI APRE IL CAMMINO DELLA STORIA. L’incontro a Cuba ed il suo valore. L’intellighenzia europea e russa riunita a Roma chiede l’attuazione concreta della Dichiarazione di Cuba”.

Per discutere dell’incontro e del confronto tra le due culture, quella cattolica e quella ortodossa, è stato coinvolto il Prof. Eugenio Gaudio, rettore della più grande università d’Italia e d’europa, “La Sapienza di Roma, sul legame tra Cultura ed Educazione.

A mio parere, tra i tanti interventi, tutti di un notevole livello accademico, quello del Prof. Gaudio ha avuto un rilievo particolare perché si è rivelato essere un messaggio che suona quasi come un “manifesto della cultura e dell’educazione”. In effetti, dovrebbe essere letto da molte persone, non solo in Italia e Russia, ma anche in tutta Europa e non solo, a partire da chiunque si occupi non solo di educazione e formazione, ma anche e specialmente da chi opera in politica e nell’informazione.

Le considerazioni del Prof. Gaudio hanno un tenore universale poiché non sono applicabili al solo contesto educativo, ma danno forza al senso stesso di società, tanto più se veramente democratica e repubblicana

Le considerazioni del Prof. Gaudio hanno un tenore universale poiché non sono applicabili al solo contesto educativo, ma danno forza al senso stesso di società, tanto più se veramente democratica e repubblicana. Ecco perché mi azzardo ad affermare che tali parole assumono il ruolo di un manifesto politico ed un ineludibile messaggio alla politica affinché faccia la sua parte.

La parola chiave è “responsabilità”, perchè la domanda è la seguente: chi ha sufficiente senso di responsabilità e di conseguenza si prende la responsabilità di favorire una vera educazione pubblica e pertanto è propenso a far maturare una vera DEMOcrazia, gestita e controllata da un popolo veramente sovrano perché erudito e informato, capace di spirito critico e perciò non facilmente manipolabile?

E se questo vale per la Federazione Russa, che è solo all’inizio del suo faticoso percorso alla ricerca di un approdo ad una vera e completa democrazia, vale ancor di più per il contesto italiano, dove, seppur forti della disponibilità preziosa di una Costituzione che ci viene invidiata e perfino copiata parzialmente o quasi integralmente da molti altri stati che ne necessitano ex-novo o per una seria innovazione della propria, e per quanto la Carta Costituzionale itlaiana venga comunque citata in tutto il mondo come esempio di equilibrio tra i poteri e di saggezza istituzionale, qui in Italia, paradossalmente, piuttosto che applicarla pienamente, varando le leggi ordinarie che la rendano concretamente realizzata, o semmai aggornarne quei pochi aspetti che andrebbero ammodernati, gli esponenti politici, al di là del proprio colore politico, si “dilettano” a tentare a turno una revisione dirompente di quel prezioso testo, operazione che, con la scusa di un necessario aggiornamento rispondente alle esigenze del tempo presente e futuro, nasconde regolarmente un certo numero di letali “polpette avvelenate”.

Ci ha provato il governo di centrodestra dell’allora Cav. Silvio Berlusconi che, esaurita evidentemente la pazienza di far quadrare il litigioso cerchio della politica italiana e del suo estenuante gioco delle parti, ha provato a forzare la mano facendo tutto per suo conto e  contando sull’imprimatur dei cittadini elettori… i quali però hanno capito che era prorio il metodo scelto che era sbagliato per mettere mano ad uan cosa così fondamentale come la propria costituzione.

Ci prova ora il governo del più giovane ed impaziente “Matteo Renzi”, a cui va riconosciuta la forte volontà di cambiare finalmente qualcosa in Italia. Ma sono troppe le voci che stanno levandosi contro questa iniziativa, che ha il sapore della riforma ad ogni costo e che purtroppo nasconde non pochi veleni. Ed appare sempre più evidente che il costo di tutto ciò lo pagherebbero la democrazia, la libertà e molti dei diritti acquisiti, cioè in sostanza il popolo italiano.

«Una riforma è un cambiamento, che può essere in meglio, ovviamente, ma anche in peggio. Quindi, attenti non tanto a chi ve la propone, ma a cosa vi propone»

Non posso evitre di citare le seguenti parole: «Una riforma è un cambiamento, che può essere in meglio, ovviamente, ma anche in peggio. Quindi, attenti non tanto a chi ve la propone, ma a cosa vi propone».

Le pronunciai nel dicembre del 2006, presentando il progetto di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione delle Primarie Aperte… che non a caso la classe dirigente della politica italiana dell’epoca ha quasi integralmente evitato di prendere in considerazione o discutere. Ne’ tantomeno l’hanno fatto i media italiani, che evidentemente sono tutt’altro che indipendenti e liberi dai poteri politici. Eppure proprio in quei mesi il ritornello quasi quotidiano dei politici del Bel Paese era la spasmodica ricerca (evidentemente solo in apparenza) di una soluzione alla crisi della Politica e della sua credibilità agli occhi dei cittadini. E qualcuno si è perfino meravigliato che tale comportamento sia stato ribattezzato “Teatrino della Politica”.

Da quei giornic’ è stata una sequenza continua di dichiarazioni sulla necessità di «riformare la Costituzione» … «per garantire una maggiore partecipazione dei cittadini ed un loro più forte controllo sugli eletti».

Quello che si sono visti da allora sono tutti passi e provvedimenti che facevano esattamente il contrario.

Invece d’introdurre il referendum propositivo ed eliminare il quorum, così da indurre tutti a partecipare, è stato aumentato il numero di firme da raccogliere, sia per presentare un referendum che per una legge d’iniziativa popolare.

Le primarie sono rimaste prigioniere dei vertici di partito, che le manipolano come vogliono con il mero scopo di contenere o ridurre al silenzio le contestazioni interne o il “correntismo” o non le applicano affatto se e quando non sono convenienti e controllabili (come è avvenuto da sempre nel centrodestra). Perché una cosa è chiara: Primarie Aperte istituite per legge non sarebbero più addomesticabili alle esigenze del momento e consentirebero ai cittadini d’influire troppo sugli eletti, mettendo in un angolo i dirigenti del partito ed il loro improprio (ed incostituzionale) potere.

Invece di ridurre i compensi degli eletti e delle cariche istituzionali per un vero contenimento dei costi della politica, è stata proposta una pericolosa riduzione dei rappresentanti eletti. Peccato che nessuno abbia l’onestà di spiegare che questo è un drammaticopasso indietro rispetto al collegio uninominale del “Mattarellum”, perché la riduzione degli eletti e perciò dei seggi e dei collegi, aumenta a dismisura il numero dei cittadini che l’eletto rappresenta, rendendo così nuovamente quasi impossibile un rapporto diretto tra l’elettore ed il proprio rappresentante… forse perché l’obiettivo è mantenere il controllo degli eletti nelle mani dei vertici, nazionali o locali, del partito? Tanto per parlare chiaro.

In realtà quello che serve all’Italia per decollare è una vera e concreta realizzazione della propria Costituzione, cosa che dipende dal fatto che vengano varate le leggi che rendano applicati i dettami dei nostri saggi Padri Costituenti.

Bastavano tre leggi ordinarie per l’istituzione delle Primarie Aperte, del Referendum Propositivo e per l’eliminazione del quorum in ogni forma di votazione, escluse quelle che lo richiedono per principio (per esempio, per la riforma della Costituzione).

Bastava che si desse forza all’Educazione ed alla Ricerca, così da fare della nostra società e della nostra economia un esempio nel mondo… perché è chiaro che, se nonostante tutti i nostri difetti, siamo a tutt’oggi tra i paesi più evoluti del pianeta, immaginate cosa sarebbe l’Italia se i nostri migliori cervelli fossero rimasti qui invece d’essere costretti ad emigrare.

Bastavano pochi provvedimenti che rendessero l’informazione ed i media non più feudi o terra di conquista dei partiti. E lo stesso vale per le istituzioni universitarie e della ricerca, quelle sanitarie, quelle ministeriali, ecc., ecc.

Tutte cose che, lo sottolineo, saranno possibili solo quando gli eletti renderanno conto agli elettori e non ai vertici di partito, cosa che avverrà solo se e quando le candidature saranno veramente determinate (e perfino proposte, se necessario) dai cittadini, cioè grazie a vere primarie aperte imposte per legge a tutte le liste elettorali e, pertanto, tutti gli eletti lavoreranno per gli interessi degli elettori se vorranno che li candidino ancora.

Tutto questo mi è tornato alla mente quando ho ascoltato le parole del Prof. Gaudio, con le quali egli sollecita una ricostruzione del rapporto tra educazione e società, rendendo ambedue più eque e partecipative per tutti. Infatti, il Prof. Gaudio ha richiamato appropriatamente la Costituzione e la saggie parole dell’art. 34 che enfatizzano la centralità di una delle eterne carenze nella società italiana: il merito. Una società che si basa sul merito (e non solo sulle relazioni personali e sul favoritismo) è una società giusta che dà una concreta opportunità ai «capaci e meritevoli» che, «anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» e pertanto anche nel lavoro. Allora sì che gli italiani non sarebbero più costretti a fuggire dall’Italia… sempreché se lo possano permettere, a partire da un’adeguata conoscenza della lingua locale dove ci si reca, alrimenti sono alla stregua degli altri immigrati senza ne’ arte ne’ parte.

Vorrei sottolineare che la Federazione Russa potrebbero almeno evitare questi stessi errori. Lo dico perché, per quel che so, il modello formativo/educativo che attualmente sta spadroneggiando in Russia sta mettendo a rischio proprio quella conoscenza classica e scientifica tradizionale di cui la Russia deve essere fiera e perfino la qualità della sua lingua scritta e parlata.

Uno degli errori fatti qui in Italia ed in quasi tutta Europa è stato l’inseguimento spasmodico del modello “vincente”, quello americano, dimenticando il principio che l’iper-specializzazione tecnica senza una solida base classica, umanistica e scientifica, rischia di diventare un “vicolo cieco” da cui risulta difficile tirarsi fuori quando il proprio settore diventa obsoleto. Cosa che avviene facilmente in un mondo che cambia molto velocemente.

Chi, come me, ha avuto la ventura di vivere, anche se solo per pochi mesi, negli Stati Uniti ha ben presto scoperto che il modello americano è fin troppo competitivo e perfino sovrastimato perché, a dirla tutta, è ingiusto. Infatti, esso premia quasi solo i più abienti, cioè gli unici che, salvo l’eccezione di chi ci arriva con una borsa di studio, per lo più sportiva o perché è un genio ormai conclamato, si possono permettere la formazione unversitaria di vera qualità.

Così come hanno preso atto che, al di là di alcune enclave di intellettuali concentrate principalmente in poche grandi città (Boston, New York, San Francisco, ecc.), l’americano medio e tanto più i più poveri (che al momento sono oltre 130 miliomi, cioé oltre un terzo della popolazione) ha una cultura focalizzata quasi unicamente sul proprio lavoro e limitata al territorio dove vive e ben poco sa di cosa avviene in altri campi o altrove e tantomeno all’estero, ne’ s’interessa molto della politica del proprio governo fuori dei propri confini. Pertanto non c’è molto da meravigliarsi che la loro participazione alla politica ed alle elezioni sia una delle più basse del mondo democratico. E chi vanta tale comportamento come «un esempio di modernità» o «una naturale evoluzione di una democrazia matura» o addirittura «una manifestazione di fiducia nel sistema»… beh, o è un ignorante o è un cinico demagogo della peggiore specie.

Pertanto, mi auguro che i cittadini russi (nonché specialmente la loro migliore classe dirigente che aspiri ad una statura morale da statisti) leggano con attenzione le parole del Prof. Eugenio Gaudio, che riporto qui di seguito, anche perché esse sono rivolte ai responsabili di ambedue i paesi, Italia e Russia, partecipanti ai lavori del convegno citato.

Credo che proprio la collaborazione tra le menti più lungimiranti dei due paesi sia una delle cose più utili e costruttive che queste due culture, con molte cose in comune già da secoli, possano favorire.

I risultati sarebbero utili non solo ad Italia e Russia, ma a tutta l’Europa, visto che in questo momento l’intero continente sembra posseduto da un drammatico stato confusionale, proprio a causa dell’assurda messa in discussione dei valori condivisi su cui si fonda il progetto dei padri fondatori dell’Unione Europea: solidarietà, condivisione e pace.

Proprio l’aver realizzato tale convivenza pacifica per 70 anni ha fatto dell’Europa un faro a cui molte altre nazioni del mondo guardano con speranza.

Perciò, diviene strategico ridare forza al progetto di cooperazione continentale con l’appoggio utilissimo della Russia (che peraltro sottende ad un’idea di Eurasia) ed al coinvolgimento dell’Africa, rapporto fondato sul retaggio storico che si è sviluppato per millenni sulle rive del mare che unisce questi tre continenti, il Mediterraneo.

E tutto questo è possibile anche grazie allo spirito cristiano che accomuna tutti gli europei (siano cattolici, ortodossi o protestanti) che mai come ora è aperto alla collaborazione con tutte le altre confessioni religiose per il bene della pace e della convivenza nel rispetto reciproco.

Tutto ciò diverrebbe un motivo di speranza per tutto i popoli del pianeta, che, a seguito della crisi esistenziale degli Stati Uniti, che senza un “nemico” sembrano non sapere più cosa fare (e cercano spasmodicamente di ricrearselo artificiosamente, seminando perplessità e sconcerto in tutto il mondo), stanno cercando di trovare nuovi e credibili punti di riferimento per capire in quale direzione andare.

Ma tutto parte dall’educazione alla convivenza ed al rispetto reciproco; e perciò da chi la renderà possibile.

Guido De Simone

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L’intervento del Prof. Gaudio, Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma all’assemblea plenaria degli Accademici dell’Accademia Sapientia et Scientia, del 24 settembre 2016, presso il Centro Russo di Scienza e Cultura in Roma, nel corso della Sessione “Educazione e cultura”

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Prof. Eugenio Gaudio

Introdurre davanti all’autorevole platea degli Accademici un tema così alto e insieme complesso come il rapporto tra educazione e cultura mi induce ad esaltare con piacere uno spazio semantico in comune che è l’enfasi sul nome Sapienza. Essa figura come parte costitutiva del titulus dell’Accademia ed è, al tempo stesso, il nome assunto dall’Ateneo che ho l’onore di rappresentare, fondato 713 anni fa da Bonifacio VIII.

Ascolterete dopo di me l’esimio Professor Sergei Khoruzhiy riflettere anche sul concetto di Sofia come Sapienza di Dio, mentre a me compete enfatizzare un’accezione contemporanea di crisi del binomio educazione/cultura.

Lo scenario della modernità ci impone di misurarci con processi che possono costituire una minaccia all’alleanza cultura-educazione, decisiva per la costituzione dei valori delle nostre società.

Assistiamo, in tempi recenti, a una vera e propria crisi, sostanziale e ancor più di immagine e percezione pubblica, tanto dell’idea di cultura quanto di quella di formazione. Il fenomeno è dovuto a cause molteplici, e proverò ad accennarne alcune per arrivare a fornire, in conclusione del mio intervento, una proposta di ripensamento del rapporto fra i due termini costituitivi del nostro dibattito.

Innanzitutto, non possiamo permetterci di ignorare che la crisi economica e finanziaria che abbiamo attraversato è stata così acuta e prolungata da incidere con forza sulle abitudini e gli stili di vita del nostro Paese. Essa ha comportato, in qualche misura, una riduzione della possibilità di investimento delle famiglie nella spesa per la formazione: il declino di immatricolazioni in alcune aree più deboli, che è in parte alle nostre spalle, ne ha fornito una testimonianza tangibile. Per fortuna non è stato così per la cultura e, infatti, i dati sui consumi culturali degli ultimi anni sembrano lanciare segnali incoraggianti di stabilità e addirittura di incremento. Ma è fuor di dubbio che la formazione, soprattutto quella accademica, abbia visto in parte ridimensionata la sua capacità di fare presa sui giovani e le famiglie.

Quel che ha coinvolto gli strati più profondi del sentire pubblico nei confronti dell’educazione e della formazione è un processo sociale articolato, per di più inasprito dai dati drammatici sulla condizione occupazionale giovanile, soprattutto in riferimento alle fasce meno avvantaggiate da una favorevole condizione familiare di partenza.

Come sappiamo bene, la funzione di “ascensore sociale”, che l’educazione e l’istruzione di massa hanno garantito per decenni, dal dopoguerra ad oggi, è un dato che nel tempo non è sfuggito alle famiglie, che coerentemente hanno investito con convinzione in questo campo, anche quando ciò ha comportato indubbi sacrifici.

L’immagine della formazione come “facilitatore sociale” è negli ultimi tempi entrata in crisi; questa lettura è supportata dai dati sui giovani che non sono impegnati in percorsi di studio né di ricerca di lavoro, e costituiscono una rappresentazione plastica della sfiducia diffusa che ha caratterizzato gli ultimi anni.

Oltre alla questione economica c’è, però, una seconda importante ragione del declino che la formazione sta attraversando e che occorre portare con forza all’attenzione pubblica: quella rappresentata dalla proliferazione di centri e di “emittenti” del sapere caratteristica della nostra modernità. Il pluralismo di mezzi e fonti a cui approvvigionarsi, sia per quanto riguarda l’informazione che la cultura in senso più ampio, se da un lato promette la moltiplicazione di occasioni di conoscenza, dall’altro provoca un’inevitabile frammentazione e perdita di autorità delle storiche agenzie di socializzazione e trasmissione culturale, sulle quali si è a lungo edificata la coesione sociale e, per molti aspetti, lo stesso patto fiduciario tra le generazioni.

Non vi è dubbio che il progresso tecnologico abbia svolto in un certo senso una funzione “democratizzante” dell’accesso all’informazione e al sapere. Ma è altrettanto vero che la disponibilità di mezzi e la sempre più facile reperibilità delle informazioni ha costruito ed alimentato quell’illusione dell’autodidattica in forza di cui ciascuno può improvvisarsi maestro di se stesso, affidandosi – e ciò vale soprattutto per alcune fasce sociali – in particolare alla Rete, alla quale ci si presenta sempre più spesso come a un discount del sapere.

Si tratta di un processo rischioso non soltanto per chi vi fa ricorso, ma per le istituzioni formative e l’intera società, perché favorisce la diffusione di quelle forme di disinformazione e ignoranza pubblica che sono da tempo sotto gli occhi di noi europei e che sembrano influenzare le scelte politiche ed elettorali degli ultimi tempi. Nel medio-lungo periodo, infatti, questo progressivo disinvestimento nei confronti della tradizionale mediazione comporta inevitabilmente un aumento di sfiducia verso quelle stesse istituzioni di cui la formazione pubblica è parte integrante.

L’accento sulla dimensione pubblica dell’istruzione non è casuale: assistiamo a scelte, anche da parte di aziende di servizio universale, di ricorrere ad una formazione “fatta in casa” per i propri dipendenti, rinunciando implicitamente con ciò a promuovere e trasmettere una visione culturale realmente fondata sull’idea di servizio pubblico.

Dinanzi a una sorta di dismissione della formazione, solo chi ha possibilità economiche può trovare alternative di studio internazionali, contribuendo a rinforzare indirettamente un’immagine dell’educazione di qualità elitaria e, dunque, non accessibile a tutti. Ciò rappresenta un vero e proprio attacco ai caratteri di universalismo e parità di accesso spiritualmente connessi allo statuto della formazione. A sua volta, questa situazione gioca come potente amplificatore dell’individualismo e incide una crepa ulteriore nel senso condiviso di società, proprio nel tempo in cui i valori fondanti di coesione e appartenenza a una comunità sono da più parti messi a dura prova.

Eppure di educazione, formazione e cultura, il nostro tempo ha una forte ed urgente necessità. Basti pensare alle sfide globali che le società complesse portano con sé, ma anche alle drammatiche emergenze della contemporaneità, dal terrorismo internazionale fino alle catastrofi ambientali e alle emergenze, in cui la comunicazione e la cultura debbono giocare in sinergia per rendere comprensibile il mondo. Qual è, e quale può essere, a partire da questo contesto evidentemente non semplice, il ruolo e il futuro della formazione e, in particolare, di quella accademica?

Di certo appare evidente che oggi i compiti di Scuola e Università aumentano anziché ridursi, e con essi si aprono nuovi spazi per ripensare criticamente, ma ottimisticamente, a un’idea innovativa di cultura e di società. Innanzitutto perché, per loro stessa vocazione, Scuola e Università pongono i giovani, la trasmissione dei saperi e il dialogo costruttivo tra le generazioni al centro della propria mission; in secondo luogo perché esse rappresentano i luoghi per eccellenza in cui il merito è realmente fondamento e insieme orizzonte di senso dell’azione. Mi piace ricordare a questo proposito la felice consonanza con l’Articolo 34 della nostra Carta Costituzionale, in cui si fa riferimento ai “capaci e meritevoli” che, “anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

L’Università è quindi chiamata a tenere vivo e alimentare il sapere e la sua continua innovazione, che costituisce la parte più vitale della cultura dei nostri paesi. Una cultura alla quale, come ho avuto modo di dire più volte in occasioni pubbliche, vogliamo pensare in termini di bene comune e risorsa anti-crisi, alla quale affidare il rilancio non solo dell’economia, ma della società nel suo complesso. Proprio in quest’ottica va letta la decisione di assegnare ampio spazio, nel nostro Ateneo, ad un Progetto culturale che, nel corso dell’ultimo Anno Accademico, si è sostanziato di incontri e iniziative volte a coinvolgere non soltanto la nostra universitas magistrorum et scholarium, ma anche il tessuto sociale della città nella vita dell’Ateneo: eventi dedicati alla divulgazione dei capolavori della letteratura europea (da Dante a Shakespeare), mostre museali rivolte anche ai più giovani, stagioni musicali e teatrali, e un Caffè Letterario. Il tutto realizzato in una prospettiva interdisciplinare e affidandosi a linguaggi comprensibili anche ai non addetti ai lavori.

Il senso di questo attivismo culturale è proprio quello di operare una saldatura, con gli strumenti della cultura e della divulgazione, tra Università – istituzione formativa per eccellenza – e società, per tentare di restituire all’educazione quella funzione, in parte compromessa, di riequilibrio sociale e di abbattimento delle diseguaglianze, e per testimoniare con convinzione che investire tempo e risorse sulla formazione non solo è un obiettivo eticamente irrinunciabile, ma è addirittura “conveniente” come riduttore della crisi e sostegno alla coesione sociale.

Concedetemi ancora qualche parola sul ruolo della formazione di qualità e dell’investimento nella cultura come driver fondamentale per rilanciare lo sviluppo del Paese. Le qualità e caratteristiche dell’Italia sono sotto gli occhi di tutti. Abitiamo – come molti paesi europei – territori in cui la cultura e il patrimonio ereditato dal passato rappresentano il paesaggio e lo sfondo sul quale quotidianamente ci muoviamo: sarebbe insensato non valorizzarlo e porlo al centro di una nuova idea di progresso e di benessere che includa anziché emarginare, che metta in comune piuttosto che dividere. Anche a costo di osare di andare contro il mainstream contemporaneo, che promuove i saperi tecnici, l’economicismo più spinto e il fondamentalismo tecnologico, e riaffermare l’importanza della conoscenza dell’Arte e degli strumenti che ci offrono le cosiddette humanities e le discipline critiche.

Di questo rilancio, che è politico nel senso più ampio del termine, le istituzioni formative debbono farsi carico, per rendere i nostri paesi sempre più competitivi e attrattivi nello scenario globale. Per accogliere le sfide che ogni giorno esso ci presenta non sono sufficienti i saperi fai-da-te che le nuove tecnologie sembrano garantire quasi a costo zero.

Occorre invece uno scatto di responsabilità e un’assunzione di impegno, guidati dalla consapevolezza che non c’è formazione senza cultura né può esserci cultura senza formazione. Aggiungo, senza formatori competenti, qualificati e vocati alla trasmissione e allo scambio dei saperi.

Da questa convinzione debbono discendere politiche – non soltanto culturali in senso stretto – orientate a un approccio inclusivo e “di serviziodelle istituzioni formative nei confronti della collettività.

Siamo ben consapevoli che la contemporaneità impone un ripensamento radicale dei modelli sociali e che ad ogni svolta d’epoca i primi modelli ad essere messi in discussione sono quelli di una trasmissione del sapere a volte interpretata come “verticale”. Ma dobbiamo chiederci se il feticcio dell’orizzontalità non abbia finito per lasciare le nostre società e i loro giovani in particolare, privi di quel baluardo essenziale di guida e di accompagnamento che tradizionalmente la Scuola e l’Università assumevano su di sé.

Troppo a lungo queste istituzioni sono rimaste ai margini della vita pubblica dei nostri paesi. Siamo invece convinti che la necessità di innovare non debba essere confusa con l’adesione ad un nuovismo che rinuncia a qualsiasi radicamento nel passato, liquidandolo come un’eredità indesiderata. La nostra strada deve essere invece quella di valorizzare un’idea di cultura più consapevole, partecipata e condivisa.

Perché una comunità possa ancora dirsi tale, e non si riduca ad un semplice insieme di individui legati da rapporti inconsistenti, occorre una cultura capace di integrare nella propria visione la tradizione e al tempo stesso porsi come passaggio al futuro.

Grazie dell’attenzione.

Un popolo senza radici e cultura non ha ne’ forza ne’ futuro, perciò si domina meglio обновлено: settembre 28, 2016 автором: Guido De Simone

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